Carteggio n°4: le Ombre della Schiavitù

"There must doubtless be an unhappy influence on the manners of our people produced by the existence of slavery among us. The whole commerce between master and slave is a perpetual exercise of the most boisterous passions, the most unremitting despotism on the one part, and degrading submissions on the other." Note sullo stato della Virginia, 1785 La schiavitù e la sua impronta indelebile

Buonasera a tutti i lettori di Jefferson!
Siamo giunti al quarto carteggio tra autori diversi. Questa newsletter sta gradualmente trasformandosi in una piccola scrivania jeffersoniana dove si raccolgono i contributi sulle questioni del nostro tempo, ma non solo. Per meglio capire il presente, bisogna aver presente anche la memoria. Che sia essa letteraria, storica o personale. Per questo ospitiamo l'intervista scritta da me e da Emanuele Monaco alla storica Alaina Roberts dell'Università della Pennsylvania sulla memoria del massacro di Tulsa nel 1921, gli intrecci tra memoria bianca, nera e nativo-americana che esplorerà nel libro I’ve Been Here All the While: Black Freedom on Native Land in uscita ad aprile 2021. Poi avremo la riflessione dello scrittore Fabio Brinchi Giusti sull'eredità di un libro estremamente popolare anche nelle aule scolastiche italiane, Il Buio oltre la Siepe, alla luce delle proteste antirazziste negli Usa. In parallelo abbiamo l'analisi di Beatrice Melodia Festa, docente a contratto di letteratura angloamericana presso l'Università di Verona, sull'impronta della Lost Cause nell'opera di William Faulkner. Infine Viola Stefanello, giornalista freelance, collaboratrice di Tpi, The Vision e Limes che ci racconta della scuola di Franz Boas, il padre della moderna antropologia e pioniere del cosiddetto "antirazzismo scientifico". Buona lettura di questo nuovo appassionante carteggio!

Intervista ad Alaina Roberts. Nativi e Afroamericani: quel legame nascosto dietro la strage di Tulsa. 

di Matteo Muzio e Emanuele Monaco

Alcuni storici sono spinti a studiare certi aspetti, periodi o soggetti a causa di un interesse scaturito dalla storia della propria famiglia. È sicuramente il caso di Alaina Roberts, dell'Università della Pennsylvania. Quella della sua famiglia è una storia che parla dello sfruttamento degli schiavi neri da parte dei nativi americani, cosa spesso ignorata, ma anche del successo economico di cui fece esperienza la comunità afroamericana di Tulsa dopo la guerra civile fino alla tragedia del massacro del 1921. Il suo lavoro, quindi, ha come obiettivo il raccontare la storia della Ricostruzione post-guerra civile intrecciando memoria bianca, nera e nativo-americana nel contesto dell’Oklahoma e delle nazioni indiane che abitano quel territorio. È un tema che lei esplora nel suo primo libro I’ve Been Here All the While: Black Freedom on Native Land, in uscita ad aprile 2021. In quest’intervista ci racconta la sua esperienza personale, del ruolo di storie come quelle di Tulsa nella costruzione dell’identità “imprenditoriale” afroamericana e delle necessarie riparazioni per i tanti torti subiti dalla comunità nera fin dalla fondazione degli Stati Uniti. È un punto di vista molto interessante.

Lei cita il successo di Watchmen come segnale di un rinnovato interesse per la storia del massacro di Tulsa e per la necessità di un intervento legislativo riguardo possibili riparazioni. Ma lo show descrive anche il risentimento razziale che potrebbe essere causato dalla potenziale promulgazione di una legge simile nei nostri tempi. Come si potrebbe evitare?

Credo che l'unico modo per evitare questa rabbia sia attraverso l'istruzione. Gli Americani bianchi devono sapere che cosa gli Afroamericani hanno passato non soltanto durante la schiavitù ma anche dopo, mentre tentavano di costruirsi una nuova vita. Non ricevettero nulla e comunque, durante la Ricostruzione, molti diventarono politici, leader di comunità e imprenditori. La disuguaglianza di reddito che vediamo oggi è causa del risentimento bianco e delle successive politiche razziste. gf

La storia della comunità di Tulsa narra il grande successo dell'imprenditoria nera, propagandata all'inizio del secolo da leader come Booker T. Washington. È un tema che le riviste di business, anche outlet progressisti, trascurano totalmente. Pensa che una retorica simile potrebbe aiutare l’emancipazione imprenditoriale della comunità Afroamericana?

Sì, penso che riconoscere il ruolo di imprenditori e leader Afroamericani nell’influenzare l'innovazione in questo paese farebbe vedere la comunità sotto una luce diversa e, si spera, darebbe lei più opportunità. Il fatto è che quando aziende come Google o Facebook immaginano gli Afroamericani, non conoscendo la storia di luoghi come Tulsa, li vedono come persone poco intelligenti o laboriose. È uno stereotipo, ovviamente. Spero che conoscere l’esperienza di Tulsa e di molti altri esempi simili incoraggerà gli Afroamericani ad aprirsi a nuove opportunità e spingerà gli Americani bianchi e gli imprenditori a vedere con più chiarezza che cosa gli Afroamericani sono sempre stati capaci di fare.

La storia e l'esperienza della sua famiglia hanno ricoperto un ruolo importante nel plasmare i suoi interessi di ricerca e la sua carriera accademica. Secondo lei, questo dovrebbe essere da esempio per gli storici? Cosa aggiunge alla qualità della ricerca storica questo elemento personale di passione e coinvolgimento?

Penso che la maggior parte degli storici arrivi a studiare certi periodi o soggetti a causa di un interesse preesistente, tuttavia penso che non sia sempre necessario coinvolgere un ulteriore elemento personale. Per me, quell’elemento di passione in più era necessario perché altrimenti probabilmente non mi sarei nemmeno laureata. Mi sono resa conto che storie simili a quella della mia famiglia non erano mai state raccontate e volevo essere io a farlo, ma questo non accade sempre per gli storici e va bene così.

Di solito gli studi sulla Ricostruzione sottolineano la mancanza di opportunità economiche che gli Afro-Americani subirono a causa dell’impossibilità di accedere alla proprietà terriera. Secondo lei questa è una promessa mancata che la politica americana moderna dovrebbe cercare di compensare attraverso una politica di riparazioni?

Io penso che le riparazioni siano necessarie affinché il paese possa mettere gli Afroamericani nelle condizioni di essere alla pari con la comunità bianca. Alcuni vedono le riparazioni come assistenzialismo mentre, nei fatti, servirebbero a compensare tutto ciò che fu portato via alla comunità nera. Tutto il lavoro per cui gli schiavi non ricevettero mai salario; tutte le volte in cui gli Afroamericani riuscirono a costruire per sé stessi successo economico solo per vederselo portare via dalla reazione razzista bianca (come nel caso del massacro di Tulsa); tutte le volte in cui non potettero comprare case in bei migliori non per mancanza di denaro ma perché gli agenti immobiliari non gliele facevano neanche vedere. Dai tempi della schiavitù la legge in America ha impedito a moltissimi Afroamericani di raggiungere il successo economico e gli Stati Uniti devono riconoscere la cosa e farci i conti.

Nel suo nuovo libro (in arrivo nella primavera 2021), lei parla molto della relazione tra Black Indian History e Storia dei Nativi, nel contesto delle Nazioni Chickasaw e Choctaw. Potremmo dire che questo è il capitolo mancante della storia che porta al massacro di Tulsa?

Sì, la maggior parte degli articoli e persino libri che parlano di Tulsa citano soltanto il fatto che i Nativi vivessero in Oklahoma prima che diventasse uno stato, ma non parlano mai degli Afroamericani che vivevano nelle loro nazioni. Quindi il pubblico non riesce a comprendere il perché molti Afroamericani si spostarono a Tulsa e in Oklahoma dopo la guerra. Lo fecero non perché ci fosse terra in cui stabilirsi, ma a causa delle storie riguardo il successo dei neri nelle nazioni Chickasaw, Choctaw, Creek, Seminole e Cherokee.

Quella degli ex schiavi neri della nazione Chickasaw è una storia che parla di partecipazione dei nativi ad un sistema di sfruttamento, ma anche, dopo la guerra civile, di identità ritrovata, di promesse mantenute riguardo la proprietà terriera e di successo economico. Qual è oggi il rapporto tra l’identità storica delle nazioni indiane e questa storia?

Tutte le nazioni indiane che possedevano schiavi hanno ignorato, persino nascosto questa storia per decenni. La nazione Chickasaw omette tutt’oggi la schiavitù in molti dei libri pubblicati riguardo la sua storia e in tutti i suoi musei. Quando non la ignora afferma che non fosse come quella praticata dagli Americani bianchi, cosa non vera. L’unica nazione che ha recentemente cambiato le cose è quella Cherokee. Giorni fa il suo più importante Capo ha rimosso due statue confederate che erano di fronte al tribunale della nazione Cherokee e ha rilasciato una dichiarazione riguardo l’intenzione di raccontare una nuova e diversa versione della storia della nazione, una che non celebra la schiavitù e include i cittadini neri.

Potete seguire il lavoro di Alaina Roberts sul suo sito www.alainaeroberts.com e su Twitter @allthewhile1

 

Cosa significa “Uccidere un passerotto”
 


di Fabio Brinchi Giusti

Tradurre è un po’ tradire, dice un luogo comune. Quando arrivò in Italia “To Kill a Mockingbird” l’editore decise di diffonderlo nelle nostre librerie chiamandolo “Il buio oltre la siepe”. Un cambio dovuto alla mancanza nella nostra lingua di un nome ad hoc per indicare quella specie di passerotti che oltreoceano chiamano Mockingbirg. Anche se “Il buio oltre la siepe” resta all’altezza del romanzo di Harper Lee è un piccolo tradimento rispetto a quell’“Uccidere un passerotto” rendeva con grande forza evocativa lo strappo profondo che quella lettura ispira.

Gli Stati Uniti sono una terra che, da quando è nata, fa i conti con il razzismo. Sin dalle origini erige muri, sia fisici che immateriali, per separare fra loro gli uomini. Bianchi, neri, nativi, misti e poi all’interno dei gruppi altrettanti sottogruppi in una gerarchia intrecciata di insieme e sottoinsiemi in cui si viene assegnati per ciò che contiene il proprio specifico patrimonio genetico. Una divisione che oggi formalmente dovrebbe essere superata ma che invece continua a ferire il corpo sociale della nazione più potente del mondo.

Proprio perché la divisione razziale attraversa come un’ombra oscura la storia nordamericana, non può non lasciare tracce nella letteratura. Nei grandi romanzi Usa è una presenza costante anche quando il protagonista o l’intento della trama è altro. Un esempio può essere Tom Sawyer di Mark Twain, libro per ragazzi, dove pure le avventure del protagonista nel vecchio West si muovono sullo sfondo di un paesaggio dove l’uomo più temuto dal villaggio è un nativo americano e dove quasi tutte le famiglie hanno uno schiavo di colore nel proprio giardino.

“Il buio oltre la siepe” viene scritto negli anni Sessanta da una giovane autrice, Harper Lee, che ha lasciato la nativa cittadina dell’Alabama e si è trasferita a New York dove lavora in un’agenzia di viaggi. Sono gli anni delle grandi battaglie contro la segregazione che scuotono la società americana, la comunità nera trova i suoi leader e marciano uniti chiedendo gli stessi diritti dei bianchi. Lee rievoca nel testo i ricordi della sua infanzia e li immette nel testo anche se il romanzo non è strettamente un’autobiografia.

La protagonista della storia è una bambina ribelle e impertinente, Scout, orfana di madre che vive con il fratello maggiore Jem e il padre Atticus, un avvocato buono e gentile. La famiglia trascorre una serena quotidianità nella cittadina di Maycomb, tipico paesotto del South. La vita placida di Maycomb, i giochi e le esplorazioni di Scout e Jem vengono interrotti da grave fatto di cronaca: un tragico stupro di cui viene accusato ingiustamente un giovane nero, Tom Robinson. Siamo negli anni Trenta e Scout racconta con i suoi occhi innocenti la segregazione, il disprezzo, l’odio che la parte bianca della cittadina riversa verso i fratelli neri. Il padre di Scout, Atticus, assume la difesa di Robinson e ne dimostra l’innocenza ma la giuria lo condanna ugualmente. Robinson verrà ucciso poco dopo e i figli di Atticus dovranno vivere con l’odio e la voglia di vendetta e rivalsa dei loro concittadini per aver difeso e supportato un ragazzo nero. Il passerotto che muore è certamente Robinson ma anche l’innocenza della piccola Scout che si trova a dover vedere e capire l’ingiustizia e la crudeltà di cui è fatto il mondo, il suo mondo.

Decenni dopo il presidente Bush consegnerà ad un’ormai anziana signora Lee la medaglia presidenziale per la libertà, il più alto riconoscimento possibile. L’America vorrebbe illudersi di aver chiuso i conti con quel passato e riconosce a Lee l’importanza di un testo che, cito dalla motivazione, “ha cambiato in meglio la nostra nazione”.

Ma “Il buio oltre la siepe” è ancora tragicamente attuale. Le giurie o le forze di polizia che condannano con più facilità i neri rispetto ai bianchi sono un dato che non appartiene al passato ma all’oggi. Il Black Lives Matter nasce in rivolta all’ennesimo sopruso subito. Non è un fulmine che scocca a ciel sereno ma l’ultimo episodio di una lunga serie di episodi, di fiammate, di rivolte sparse, di rabbia furiosa e repressa. Come resta tragicamente attuale il senso di separazione che racconta quel libro, la divisione, un di qua e un di là per cui si è condannati o salvati sin dalla nascita. Quanti usignoli continuano a morire, freddati seccamente. Quante innocenze spezzate, quanti bambini scoprono sin dai banchi di scuola che il colore della pelle non è un misero fenotipo ma un segnale di riconoscimento che determinerà il tuo futuro e la tua possibilità di successo. “Il buio oltre la siepe” non ha un vero finale, la storia resta sospesa, la conclusione non è una vera conclusione, tutto viene rimandato a tempi futuri, tempi futuri che evidentemente sono ancora lontani.
 

Il Mito Confederato, Faulkner e la “Lost Cause”
 


di Beatrice Melodia Festa

Esiste un’immagine del passato schiavista capace di rappresentare la brutalità e l’ingiustizia della schiavitù raccontata da capolavori letterari e cinematografici come il famosissimo romanzo di Harriet Beecher Stowe, La Capanna dello Zio Tom (1851) e più recentemente, l’acclamato film di Tarantino Django Unchained (2012).

Accanto a questa interpretazione però se ne sviluppa un’altra, decisamente più popolare che rimanda al mito della “lost cause,” teoria americana pseudo-storica che considerava la Guerra Civile come causa eroica per salvare il Sud, rinnegandone la matrice schiavista. Da questa visione mitizzata secondo cui era necessario salvaguardare lo stile di vita del Sud minimizzando la schiavitù per difendere i diritti degli stati, si sviluppò un vero e proprio genere letterario, i “Lost cause narratives.” Tra i racconti che hanno saputo celebrare l’impresa eroica della confederazione come una nobile causa, ricordiamo il famoso romanzo di Dixon The Clansman (1905), seguito dal noto adattamento cinematografico di Griffith, Nascita di una Nazione (1915). Basandosi sul romanzo di Dixon, Griffith supporta fortemente la “Lost Cause” restituendo un’immagine eroica del Ku Klux Klan come difensore del Sud post-Guerra Civile che si erge a difesa della società verso la ricostruzione.

L’immagine però più simbolica ed evidente della “lost cause” è sicuramente quella di Via col Vento (1936), un film capace di rappresentare un Sud meraviglioso nel quale eroici protagonisti e romantiche eroine vivono una realtà, quella del passato pre-Guerra Civile, basata su un ordine gerarchico in cui gli schiavi vengono considerati parte della famiglia. Questa società viene cancellata dalla guerra e quasi tristemente se ne va, appunto, “via col vento".

Da un punto di vista letterario, anche William Faulkner ha fatto in parte riferimento alla “lost cause” in alcuni suoi romanzi. La prosa di Faulkner è sicuramente nota per la capacità di offrire un’immagine del Sud profondamente segnato dalla distinzione razziale e dalla decadenza post-Guerra Civile, è questo il caso di Absalom Absalom (1936) per citare uno tra i suoi tanti capolavori.

Tuttavia, romanzi come Sartoris e Unvanquished propongono una visione del Sud che rimanda alla “lost cause” dimostrando come la natura eroica della confederazione si tramandi di generazione in generazione e diventi un tratto essenziale della cultura americana. È questo il caso di Unvanquished, pubblicato nel 1938, che racconta la storia di una famiglia sudista che durante il periodo della Guerra Civile è costretta ad assistere alle brutalità della forza Nordista e ad affrontare la miseria del Sud caduto in rovina. L’immagine però più insolita e che permette di includere il romanzo tra i “lost cause narratives,” è rappresentata dal rapporto tra lo schiavo, Ringo e il padrone, Bayard. Il rapporto schiavo-padrone introdotto da Faulkner all’inizio del romanzo e descritto come un legame quasi di sangue in cui lo schiavo apprezza la sua condizione e non è desideroso né di scappare né tantomeno di ribellarsi alla sua condizione.

Il fil rouge dunque che alimenta la vicenda è per Faulkner la violenza della guerra civile, di una storia che travolge i protagonisti e lascia un’immagine, del Sud, che seppur sconfitto rimane, come suggerisce il titolo, “unvanquished,” invincibile e capace di sopravvive nel mito della confederazione. Il romanzo precedente Sartoris (1935), anticipa questa visione introducendo la saga dei Sartoris, tradizionale famiglia del Sud, che nel romanzo lotta per mantenere vivo il passato e la causa della confederazione. La “lost cause” qui viene rappresentata dalla figura epica dell’ufficiale John Sartoris, che apre il romanzo (in grandioso stile confederato) descritto in attesa degli Yankee sotto il portico della sua piantagione e che sprezzante del pericolo, viene colpito da un proiettile salvandosi miracolosamente. Il patriarca segna profondamente il destino della famiglia Sartoris e dei figli che cercano di emulare il padre anche arruolandosi nell’esercito della Prima Guerra mondiale e perdendo entrambi la vita alla fine del romanzo. Quel che rimane però, ancora una volta, è lo spirito della confederazione che viene addirittura inciso sulla lapide quasi a ricordare il simbolo di un passato mitizzato che mirava a difendere la realtà sudista.

La “lost cause” raccontata da Faulkner continua a vivere in una memoria letteraria e cinematografica che celebra la causa della confederazione, minimizzando il ruolo dello schiavismo (pochi si rendono conto di quello che realmente è stato) e in parte cancellando un aspetto della storia razziale che non smette di essere uno dei tratti essenziali e dei problemi irrisolti della società americana.
 

Franz Boas e l’antirazzismo scientifico



di Viola Stefanello

A cavallo tra Ottocento e Novecento, da una parte dell’Oceano come dall’altra – era in gran voga il razzismo scientifico. Distorcendo a piacimento teorie quali la selezione naturale di Charles Darwin e la genetica mendeliana, specie in seguito alla Guerra civile negli Stati Uniti aveva preso stabilmente piede la convinzione che fosse possibile catalogare le persone in razze ben precise, fisicamente distinte e separate, inferiori o superiori. A giustificare il colonialismo e la volontà di “civilizzare” popoli considerati selvaggi si aggiungeva la ben diffusa teoria evoluzionistica della cultura, secondo la quale la società industriale occidentale di metà Occidente era il pinnacolo di millenni di evoluzione del genere umano. Nel 1906 nacque l’American Breeder’s Association, organizzazione di cui facevano parte l’inventore Alexander Graham Bell e il presidente di Stanford David Starr Jordan, il cui scopo era “investigare sull’ereditarietà nella razza umana, enfatizzando il valore delle stirpi superiori e la minaccia sociale rappresentata dalle stirpi inferiori”.

Nel 1890, Races and People dell’etnografo Daniel G. Brinton forniva la giustificazione “scientifica” per l’istituzione di leggi Jim Crow sempre più stringenti, volte a mantenere la segregazione razziale a ogni livello della società statunitense. Tra il 1910 e il 1939 operò a New York l’Eugenics Record Office, centro di ricerca che sosteneva la sterilizzazione forzata di individui “dalle caratteristiche non desiderabili”.  Nel 1916 uno dei pensatori più riveriti di Washington, l’antropologo Madison Grant, pubblicava tra gli applausi The Passing of the Great Race, trattato che sposava pienamente la teoria della superiorità della razza nordica e auspicava un sistematico progetto eugenetico che mantenesse la purezza della popolazione americana. Adolf Hitler avrebbe più tardi definito il libro “la mia bibbia”. Il razzismo scientifico era, insomma, egemonico.

Convinto che fosse necessario sospendere il giudizio e analizzare ogni aspetto di società che si percepivano differenti in un più ampio contesto storico e culturale, a marginalizzare a poco a poco queste convinzioni pseudoscientifiche ci avrebbe pensato Franz Boas. Fu un percorso tutt’altro che lineare. Ebreo tedesco formatosi nel campo della fisica e della geografia, era cresciuto in un ambiente familiare cosmopolita. Finito quasi per caso a studiare gli inuit dell’Isola di Baffin prima e le popolazioni indigene della costa pacifica canadese, era arrivato a New York nel 1887 un po’ per amore, un po’ per sfuggire all’antisemitismo e il nazionalismo che andavano crescendo in patria, un po’ per cercare fortuna. Aveva cominciato con qualche commento su Science, criticando la convinzione che “i primitivi” fossero biologicamente o mentalmente inferiori. Poi, The mind of the primitive man. Pubblicato nel 1911, in questo trattato che ha fatto la storia della disciplina. Boas affermava che “non vi è alcuna differenza fondamentale nei modi di pensare di un uomo primitivo e uno civile. Non è mai stata stabilita una stretta connessione tra razza e personalità. Il concetto di tipo razziale come comunemente usato nella letteratura scientifica è fuorviante e richiede una ridefinizione”.

Ogni capitolo andava a smantellare una specifica convinzione del razzismo scientifico: “Le civiltà sono prodotto della storia, nonché del caso, piuttosto che della biologia”. “L’ambiente in cui vive ha un effetto fondamentale sulla struttura anatomica e sulle funzioni fisiologiche dell’uomo”. E “ogni razza contiene così tante variazioni al suo interno che le differenze medie tra individui di razze differenti sono molto inferiori rispetto a quelle tra i membri di una stessa razza”. Pura eresia, per l’epoca.
Pacifista e sospettato di simpatizzare per il nemico in quanto tedesco, con l’entrata in guerra degli USA nel primo conflitto mondiale Boas finì – come moltissimi altri – nel mirino delle autorità: al suo dipartimento furono tagliati quasi completamente i fondi e gli fu impedito di insegnare agli studenti del college affinché non imparassero da lui idee pericolose. Quella che sembrava la fine di una carriera trasformò la storia dell’antropologia statunitense. Relegato ad insegnare alle donne del Berbard College, Boas conobbe l’ereditiera Elsie Clews Parsons, che sponsorizzò per anni le ricerche di dottorande tra cui Ruth Benedict e Margaret Meade. Formavano un gruppo in cui tutto si poteva mettere in discussione: razza e nazionalità, sessualità e devianza, ruoli di genere e lo stesso concetto di norma. Un gruppo che non aveva nulla da offrire, come scriverà Benedict, “se non l’opportunità di lavorare a progetti che davvero contano”.

Intanto il 4 maggio 1924 il presidente Calvin Coolidge firmava l’Immigration Act specificatamente pensato per limitare l’immigrazione dall’Europa meridionale e orientale, cercando di attrarre piuttosto migranti dai paesi anglosassoni e nordici. Coolidge sperava di “preservare l’ideale di un’omogeneità degli Stati Uniti”. Perché America must remain America. Il Congresso passava leggi che legalizzavano la sterilizzazione di criminali e altre persone “difettose” affinché non sporcassero la civiltà americana riproducendosi. La scuola di Boas continuava a combattere le sue battaglie.

Parlando del suo progetto di epurazione della razza al New York Times nel 1932, Hitler non aveva esitato ad affermare: “It was America that taught us”. Qualche anno dopo The mind of the primitive man, nella sua edizione tedesca, finì per bruciare nei roghi di libri orditi dal regime nazista insieme alle opere di Albert Einstein, Karl Marx, Sigmund Freud, Frank Kafka e Charles Darwin. Dalla Grande Mela, Boas e i suoi facevano il possibile per opporsi all’ascesa del nazismo: accogliendo intellettuali in fuga; inviando lettere al presidente tedesco Hindenburg; denunciando l’assenza di basi scientifiche su cui riposava l’idea di una razza ariana superiore. Le lauree che aveva ottenuto da diverse università tedesche gli furono revocate.

Ciò non significa che il lavoro di una vita non abbia dato alcun frutto, anche dopo la sua morte tra le braccia di un giovane Claude Lévi Strauss nel 1942. Attraverso il suo insegnamento alla Columbia e la formazione di una nuova generazione di antropologi, Boas ha cambiato il modo in cui moltissimi statunitensi vedevano il mondo – e se stessi. Ancora oggi, il campo dell’antropologia rimane strenuamente critico di qualsivoglia tipo di determinismo biologico – benché Boas e il suo circolo vengano oggi studiati con occhio critico, superati da teorie postcoloniali, neomarxiste e postmoderniste.

Professando tolleranza e empatia, dimostrando che le usanze e le credenze occidentali costituiscono soltanto uno degli infiniti modi di essere umani e che non c’è nulla di naturale o innatamente superiore nel modo in cui ci organizziamo come collettività, la scuola di Boas ha fornito degli strumenti formidabili ai movimenti di massa che contestavano l’ordine costituito negli anni Sessanta e Settanta. I loro insegnamenti, quasi un secolo dopo, forniscono un argomento sempreverde contro la riduzione di esseri umani a bestie inferiori e minacciose. Da tenere ad ogni costo lontane dalle proprie frontiere. Perché America must remain America.