Carteggio n°2: i movimenti che scuotono la sinistra americana e la Leggenda Nera di Colombo

"Inhabitants now of the same land, of that great Continent which the Genius of Columbus has given to the world, the United States feel sensibly that they stand in new and closer relations with your royal Highness" Lettera al principe Joao Luis di Braganza, esule in Brasile, 5 maggio 1808 Antifa, Defund the Police e l'apparato democratico: un mix esplosivo

Buona giornata a tutti i lettori di Jefferson,
In questo nuovo numero vogliamo parlare di due movimenti che coinvolgono l'anima più radicale della sinistra americana. Ci riferiamo ad Antifa, gruppo di sinistra radicale che il presidente Donald Trump ha dichiarato di voler definire come organizzazione terroristica (non esiste una definizione del genere per un gruppo americano per quanto radicale) e al movimento "Defund the Police". Il primo è apertamente ostile al partito democratico e ce lo racconta Alice Ciulla, assegnista di storia americana presso l'Università di Roma Tre. "Defund the Police" invece, è cominciato come uno slogan di piazza, prima di avere implicazioni serissime come gruppo di pressione sul partito democratico. I suoi obiettivi li trovate nell'articolo di Emanuela Colaci, giornalista, collaboratrice del magazine The Submarine, dove scrive di diritti e questioni di genere. Questi due movimenti dovranno scontrarsi, o trovare voce, con la struttura del Partito Democratico. Il nostro Emanuele Monaco ci dà un quadro di come funziona il partito che oggi incarna la tradizione progressista americana. Concludiamo con un contributo concesso da uno storico dell'età moderna, Marco Mostarda, membro associato del Laboratorio di Storia Marittima e Navale dell'Università di Genova. L'articolo riguarda la "Leggenda Nera" di Cristoforo Colombo come brutale dominatore coloniale, popolarizzata dallo storico marxista Howard Zinn nel suo A People's History of the United States, divenuto testo di studio di base in molte scuole e università americane, nonostante sia un testo datato e con difetti importanti, che ha ricevuto severe critiche da altri accademici di sinistra come Eric Foner e Michael Kazin. Nei fatti, le analisi di Zinn erano pesantemente fallate. Cominciamo con il nostro carteggio. Buona lettura!
Matteo

Antifa: Né terroristi né pacifici

Militanti di Antifa a cavallo durante una manifestazione a Houston, 6 giugno 2020 (Fonte: Reddit)

Di Alice Ciulla

Nel mezzo delle proteste per l’uccisione del cittadino afroamericano George Floyd da parte della polizia di Minneapolis- che in alcuni casi sono sfociate in episodi di violenza contro edifici, negozi e automobili da parte di piccoli gruppi di manifestanti- il 31 maggio scorso il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato (via Twitter, of course): "The United States of America will be designating ANTIFA as a Terrorist Organization". Parole che devono aver lasciati i lettori interdetti, vista la quantità di articoli pubblicati nei giorni immediatamente successivi nei quali si spiegava cosa fosse Antifa (in alcuni casi con tanto di spelling della pronuncia: -an-tee-fa). E in effetti, mentre per noi europei è una sigla piuttosto conosciuta, almeno per chi segue la politica, negli Stati Uniti non è così. O almeno, non era così fino ai tempi più recenti. Secondo lo storico Mark Bray, Antifa riunisce una serie di persone con diverse ideologie, che vanno dall’anarchismo, al socialismo, al comunismo, persino alla socialdemocrazia. In molti casi, si tratta di individui che militano in realtà che difendono i diritti civili, l’uguaglianza, l’ambiente. Impossibile quantificare o dare un’idea della composizione sociale della rete, vista la sua natura “dal basso”, l’assenza di meccanismi di iscrizione, la mancanza di struttura.
Erede di un gruppo militante degli anni Ottanta, l’Anti-Racist Action (ARA), la sigla Antifa è salita agli onori delle cronache nel 2017 (uno dei pochi gruppi che ha un suo sito internet con contatti e rassegna stampa, quello di Portland, è stato fondato nel 2007 ma è dal 2017 che appare con regolarità nei quotidiani per le sue azioni contro i raduni dell’estrema destra in Oregon). Il 20 gennaio di quell’anno, durante la cerimonia di insediamento della nuova amministrazione Trump, accanto ai sostenitori del presidente si radunarono diversi manifestanti, sia nelle strade di Washington, DC che in altre città. Alcuni di questi, nella capitale, scesero in strada vestiti di nero e mascherati secondo la tattica “black block” e furono protagonisti di diversi scontri con la polizia. Sventolavano la bandiera con il simbolo degli Antifa. L’episodio portò successivamente all’arresto di circa 230 persone.
Un mese dopo, a febbraio 2017, l’Università della California di Berkeley invitò a tenere una conferenza Milo Yiannopoulos, controverso commentatore di estrema destra ed ex redattore di Breibart, il sito di informazione diretto dall’allora consigliere di Trump Steve Bannon. Diversi professori raccolsero firme per l’annullamento dell’evento e una serie di persone si radunò per manifestare il proprio dissenso. Di queste, circa 150, vestite di nero e col volto coperto, distrussero parte degli edifici dell’università. Si riconoscevano nella sigla Antifa. Furono criticate da voci bipartisan e la conferenza fu cancellata.
Si riconosceva nella sigla Antifa anche una parte dei contestatori del raduno “Unite the Right”, convocato dai suprematisti bianchi a Charlottesville, in Virginia, nell’agosto del 2017. In quel caso, ci furono scontri tra manifestanti che portarono a una trentina di feriti e il giorno dopo l’auto di uno dei suprematisti bianchi si scagliò contro i contestatori uccidendo una persona e ferendone 19. Trump non condannò la piazza dei suprematisti, già di per sé ostile ai valori democratici e, anzi, sostenne che ci fossero tra di loro anche molte “brave persone”.
Che il dibattito politico negli Stati Uniti si sia radicalizzato, e di parecchio, negli ultimi dieci anni lo indicano diversi fattori. Trump non si è solo inserito in questo processo ma lo ha cavalcato riportando al centro del discorso pubblico gruppi considerati “fringe” fino a pochi anni fa. L’alt-right, la destra estrema, è un variegato mondo che si muove perlopiù sul deep web e pubblica contenuti xenofobi, razzisti, omofobi, maschilisti, islamofobi, antisemiti. Negli ultimi anni, si vede sempre di più nelle strade. La rete Antifa ne monitora l’attività e mette in campo azioni dirette contro i gruppi che ne fanno parte, considerandoli neofascisti. È chiaro che questo atteggiamento risponde ad una visione del mondo in cui lo stato e le sue strutture non difendono gli interessi delle persone. Molti dei militanti che si riconoscono come Antifa sono anticapitalisti, rifiutano lo status quo e non escludono metodi violenti nelle loro dimostrazioni. Avrebbe senso sostenere che appartengono ad un’organizzazione terroristica? Ecco, non ha senso nemmeno la domanda. Il PATRIOT Act del 2001, che ha seguito gli attacchi alle Torri Gemelle espandendo di molto i criteri per il monitoraggio delle reti terroristiche e dei loro presunti affiliati non ha creato un reato federale che includa gruppi nati negli Stati Uniti. La lista stilata dal Dipartimento di Stato comprende infatti solo sigle di reti estere. Questo perché la definizione di attività terroristica (ovviamente quando non consiste in atti di violenza) è scivolosa e rischia di scontrarsi con le libertà garantite dal primo emendamento.
Ci sono poi altre questioni collegate a quella legale: non c’è nessuna prova che l’ondata di proteste che sta attraversando gli Stati Uniti in questo momento sia in qualche modo manovrata da gruppi violenti. Non c’è nessuna prova che esista, nel paese, un’organizzazione capillare e che abbia intenzione di creare il caos. Come si è detto all’inizio, infine, Antifa non è un’organizzazione strutturata. Insomma, il tweet di Trump non sembrerebbe che una consueta mossa per sviare l’attenzione dalla luna per farci guardare il dito. Aggravata dal fatto che lo ha scritto una persona che non condanna la violenza tout court, anzi, la fomenta. E che si rivolge sempre più spesso ai “suoi”, anche se questo significa legittimare l’estremismo di destra.

Defund the Police: che cosa vuol dire veramente?

Una manifestante a Los Angeles, 6 giugno 2020 (Fonte: Flickr, account: Fibonacci Blue, licenza Creative Commons)

Di Emanuela Colaci

La presenza della polizia negli spazi pubblici delle città statunitensi è pervasiva. 14 milioni di studenti americani vanno a scuola in presenza di poliziotti armati – si chiamano police resource officer - riporta il Time nel suo ultimo numero monografico sulle proteste di Black Lives Matter. Forse conseguenza del pericolo mass shooting, questa presenza è ora diventata ingombrante. Dopo la morte di George Floyd a Minneapolis, ucciso il 29 maggio dal poliziotto Derek Chauvin, la società statunitense sta riflettendo sul ridimensionamento delle forze di polizia.
Il movimento, o meglio la corrente, si chiama Defund the police. La richiesta di togliere finanziamenti e responsabilità alle forze di polizia arriva dai gruppi Black Lives Matter e Movement for Black Lives ed è estesa a tutti gli Stati del territorio federale. «Chi sostiene la campagna non chiede l’azzeramento del budget per le forze di polizia, e abolizione non vuol dire che la polizia sparirà dall’oggi al domani», spiega Christy Lopez, professoressa di legge alla Georgetown University, sul Washigton Post. «Ridurre i finanziamenti – continua Lopez –significa diminuire il campo delle responsabilità e spostare le risorse su altri enti. Significa investire di più in cura della salute mentale, aumentare l’utilizzo della mediazione comunitaria e di programmi anti violenza».
La polizia interviene infatti in modo violento in situazioni ad alto rischio vulnerabilità, come nel caso di persone tossicodipendenti e senza domicilio fisso. L’ultimo caso di violenza documentata è l’omicidio di un altro afroamericano, Rayshard Brooks, ucciso il 12 giugno da un agente della polizia di Atlanta mentre dormiva nella sua auto. Il 27enne, colpito alle spalle, era disarmato. Si tratta di un comportamento, di un’educazione alla sorveglianza dell’ordine pubblico, che colpisce le minoranze in base al pregiudizio e al razzismo. Ogni anno la polizia negli Stati Uniti uccide 1000 persone, il 23% sono afroamericani, il 13% della popolazione Usa. Inoltre, secondo i dati di Mapping the police violence, il 60% delle persone uccise dalla polizia sono disarmate e solo il 5% dei fermi avviene per crimini violenti.
La parte meno radicale del movimento auspica una riforma del sistema di addestramento della polizia. Ne parla l’esperta Jennifer Eberhardt sul Time: «Ridurre i finanziamenti sulla base del sentimento che la polizia è cattiva e che non c’è niente da fare? No, non sostengo questa tesi. Ci sono tante cose portate termine di cui le persone non sono a conoscenza. Ci sono molte soluzioni da adottare per rendere più equa l’azione della polizia». Tra queste c’è sicuramente la formazione. Eberhardt fa l’esempio della città di Oakland che ha dimezzato i fermi operati dalla polizia introducendo nella formazione una domanda obbligatoria che i poliziotti dovrebbero porsi ogni volta che valutano un fermo: «Ho informazioni insufficienti per collegare questa persona a un reato specifico?». «Il fermo di persone afroamericane si è ridotto in questo modo del 43% e la città è diventata più sicura».
Anche Joe Biden, prossimo candidato democratico alle elezioni 2020, si è espresso a favore di una soluzione mediata: «Non sono a favore dell’abolizione della polizia – ha affermato in un’intervista alla Cbs – Sono a favore di condizionare gli aiuti federali alla polizia che possa dimostrare di proteggere tutte le comunità». Intanto molte municipalità hanno annunciato di voler ridurre il finanziamento alla polizia, come il sindaco di Los Angeles che ha promesso il taglio di 150 milioni di dollari su un budget di 3,1 miliardi. La municipalità di Minneapolis piano per riformare la polizia invece è andata oltre e ha votato a maggioranza per lo smantellamento del dipartimento locale. Non è ancora chiaro cosa significhi nel concreto ma non è la prima volta che una decisione viene presa a livello locale: come riporta Time, nel 2012 la città di Camden, vicino Philadelphia, aveva votato per sciogliere il dipartimento locale dopo anni di alti tassi di criminalità e violenza.
Intanto il presidente Trump ha firmato ordine esecutivo per incentivare la riforma della polizia: si tratta di una strategia nazionale per ridurre il ricorso alla violenza e proibisce, nello specifico, le manovre “da soffocamento” (come quella che ha ucciso George Floyd a Minneapolis). Dopo le minacce di schierare l’esercito contro i manifestanti, Trump ha cambiato radicalmente linea. Ma per i fautori della linea dura potrebbe non essere abbastanza.

Tutorial: come funziona il Partito Democratico?

Tammany Hall a New York preparata per ospitare la convention del 1868  (Pubblico Dominio)

Di Emanuele Monaco

In caso di vittoria democratica a novembre Joe Biden non solo sarebbe il più anziano presidente mai insediatosi, ma anche il nuovo leader del Democratic Party. Il legame tra un presidente e il suo partito non è prescritto in costituzione. I padri fondatori immaginavano un presidente al di sopra delle beghe dell’agone politico e dei partiti (una forma di organizzazione politica da loro disprezzata), qualcuno che emulasse l’esempio di George Washington. Si sbagliavano. Il sistema creato dalla costituzione americana, come altri in regimi democratici, rese necessario la creazione di partiti strutturati che rappresentassero le differenze ideologiche dell’elettorato. Non solo. Il sistema di pesi e contrappesi immaginato dai fondatori rese la presidenza un’arma formidabile per un partito, l’obiettivo elettorale più ambito. Allo stesso tempo quindi il presidente cominciò a occupare un ruolo sempre più simile a quello del party leader, anche se non ufficialmente. Alcuni presidenti costruirono loro stessi dei partiti, come nel caso di Thomas Jefferson e James Madison, che crearono il Democratic-Republican Party negli anni ’90 del Settecento. Dalla scissione di questo Andrew Jackson creò il moderno Democratic Party nel 1828. Altri presidenti usarono invece il loro potere per riformare e cambiare radicalmente i propri partiti, come nel caso di Abraham Lincoln, Franklin D. Roosevelt e Ronald Reagan (anche per questo alcuni dividono la storia americana per “party systems” che variano da 5 a 6, un po’ come facciamo noi con prima, seconda e presunta terza repubblica).

Questo potere nasce da un preciso trade-off. Fin dall’inizio le strutture locali e statali dei partiti riconobbero il vantaggio di legare le proprie campagne a quella del nome sul ticket presidenziale. Un esempio pratico: un posto vicino al presidente ad una cena alla Casa Bianca è un asset che la leadership del partito può scambiare con ricche donazioni o endorsements di peso. Il presidente può poi usare il suo potere di dare incarichi, nominare giudici e membri esecutivi delle agenzie federali per rinforzare la presa ideologica del partito sulla vita politica del paese. Questo gli dà un enorme potere sulle political machines del proprio partito, facendone allo stesso tempo il portavoce e frontrunner. E quando un partito è all’opposizione? Qui subentra la leadership ufficiale, in tandem con quella al congresso, in attesa di nominare ogni quattro anni il candidato presidente, e quindi leader, alla convention, l’evento quindi più importante nella vita di un partito americano.
Il Democratic Party
Com’è strutturato quindi il Democratic Party? Di chi parlano i giornalisti quando scrivono “establishment democratico”? A differenza dei partiti europei, e vista la natura federale degli Stati Uniti, non è sorprendente che i partiti abbiano una natura fortemente decentrata. A livello più locale il partito è rappresentato dai Precint Captains, o Precint Chairman, o Delegate o Precint Committee Officer (dipende dallo stato). Sono membri eletti (spesso durante le primarie) o nominati delle assemblee di partito che dirigono le sue attività sul territorio, dal volantinaggio alle attività di voto durante le elezioni. Sono un link costante tra il partito e gli elettori. Michelle Obama si avvicinò al Democratic Party proprio durante il mandato di suo padre come Precint Captain in Illinois, accompagnandolo nei suoi giri. I PC eleggono, a seconda di regole che cambiano stato per stato, assemblee di distretto o di contea, che coordinano le attività del partito ad un livello più alto, quello del distretto elettorale. Rappresentanti eletti o nominati da queste vanno poi a formare i ranghi del Democratic State Central Committee, l’organo di governo del partito a livello statale, con un chairman/woman e un vice, eletti durante elezioni primarie o nominati dall’assemblea. Questi due (se il vice è dello stesso sesso del chairman, allora è scelto il membro di sesso diverso più in alto in grado) rappresentano il loro stato al livello più alto di governo del partito, il famigerato DNC, Democratic National Committee. A loro si uniscono i rappresentanti degli US territories e altri 200 membri scelti in base alla provenienza e al fatto che rappresentino diverse costituencies del partito a livello locale e federale (per i dettagli, vedi l’articolo 3 dello statuto del DNC). Il chairman/woman del DNC è eletto dal Committee di solito su indicazione del candidato presidente del partito durante la convention o del presidente in carica. Quello attuale è Tom Perez, subentrato nel 2017 a Donna Brazile, interim dopo le dimissioni di Debbie Wasserman Schultz per lo scandalo accaduto durante le primarie del 2016. Vista la mancanza di un presidente, o candidato presidente, quella dl 2017 fu la prima elezione aperta a chairman del DNC dal 1985 (tra i candidati anche Pete Buttigieg).



La struttura verticale del partito democratico dello stato di Washington

Il Dnc ha un compito in particolare, organizzare la convention del partito, durante la quale quasi 4.000 delegati, la maggior parte dei quali nominati tramite primarie o caucuses proprio in questo periodo, nominano il candidato presidente e scrivono la piattaforma programmatica del partito. Alla convention partecipano anche i cosiddetti superdelegati, cioè tutti i membri del DNC, governatori democratici, i membri del Congresso e altri volti noti del partito. Tuttavia, a seguito di critiche sull'influenza dei superdelegati nel processo di nomina nel 2016, il loro potere è stato limitato dalle nuove regole approvate nel 2018. In particolare, se al primo scrutinio un candidato non ha la maggioranza dei delegati, i superdelegati non possono votare fino al secondo turno.
Oltre a questo, il DNC coordina le attività elettorali e di finanziamento del partito a livello federale, ma con un ruolo marginale quando un democratico è alla Casa Bianca o c’è di mezzo un’elezione presidenziale (in cui c’è un forte coordinamento tra il DNC e il comitato della campagna). Alla base del limitato potere del DNC sul partito però è la sua mancanza di controllo sulle attività e iniziative dei membri democratici del Congresso e delle camere legislative statali. Perché se a livello formale il partito è strutturato in maniera verticale, quando si tratta di finanziamenti e attività legislativa questo prende una forma molto più orizzontale. I membri eletti del partito, a livello distrettuale, statale, governatoriale e congressuale sono infatti organizzati in maniera autonoma, con proprie party conferences che eleggono dei leader di maggioranza o minoranza (come nel caso al Congresso di Nancy Pelosi e Chuck Schumer). In linea con la natura decentralizzata del partito, ogni camera, federale o statale, possiede inoltre comitati separati per raccogliere ed erogare i fondi per le campagne elettorali dei propri membri, in coordinazione con il DNC ma non in subordinazione. Stessa cosa vale per i governatori democratici. Tutto questo fa di un partito americano un caleidoscopio di organizzazioni, political machines, strutture di finanziamento e di campagna politica che non sono per niente riassumibili con establishment.

Cristoforo Colombo: storia di una mistificazione


Theodore De Bry -Cristoforo Colombo sbarca nel Nuovo Mondo, incisione, 1594 
 (Pubblico Dominio)

Di Marco Mostarda

La distruzione delle statue di Colombo non costituisce certo una sorpresa, perché da qualche tempo a questa parte - come noto - negli Stati Uniti il navigatore genovese è assurto a simbolo dell'inizio del processo di sterminio dei nativi americani: e non si tratta solo di una fallacia logica del genere "post hoc, ergo propter hoc", per cui lo scopritore delle Americhe è responsabile ipso facto di tutto quel che la conquista ha portato seco. Si imputano a Colombo fatti ben più specifici, come l'inizio dello sfruttamento e dei massacri ai danni dei Taíno che segnarono la fondazione della colonia di Hispaniola; anche se, a ben vedere, ciò si dovrebbe ricondurre più alle sue disastrose manchevolezze come amministratore ed al suo assenteismo - nella misura in cui volle esercitare la carica di governatore dei nuovi territori scoperti mentre seguitava i suoi viaggi di esplorazione - che non ad un progetto di sfruttamento seriamente meditato. Poi certo, Colombo era un uomo del suo tempo: qualcuno che da tutta quella impresa voleva cavare un utile anche mediante lo sfruttamento del capitale umano dei territori scoperti (leggasi, sfruttamento della manodopera schiavile). A fronte di ciò vi sono, semmai, precisi elementi per sostenere che l'uomo fosse alquanto migliore, nei sentimenti nutriti nei confronti dei nativi, rispetto ai suoi contemporanei: ne è dimostrazione il "Memorial a los Reyes Catolicos" del 1501, in cui sostiene la necessità di inviare personale qualificato che amministri la giustizia tanto fra gli spagnoli che fra gli indios, osservando "que son tratados ansí los unos como los otros más siguendo la crueldad que la razón". 
D'onde deriva, pertanto, la leyenda negra su Colombo che sempre più frequentemente emerge nel mondo contemporaneo, soprattutto in coincidenza coi movimenti di protesta come quello cui stiamo assistendo? Essenzialmente dal dossier Bobadilla che avrebbe portato al suo incarceramento ed alla sua rimozione da governatore; ma a tal riguardo sarà opportuno fare prima un passo indietro.
Con le cosiddette Capitolazioni di Santa Fé del 17 Aprile 1492 Colombo aveva strappato alla Corona delle concessioni a dir poco esose, in merito a quelle che avrebbero dovuto essere le sue prerogative sulle terre nuovamente scoperte nel corso dei suoi viaggi: in breve, potremmo riassumerle in concessione del titolo (trasmissibile per via ereditaria) di Ammiraglio del Mar Oceano, esercizio del governatorato su tutte le terre scoperte, un decimo per sé di tutte le ricchezze estratte dalle colonie. Se Colombo avesse scoperto un arcipelago come le Azzorre la cosa sarebbe finita lì e nessuno si sarebbe degnato di rimettere in discussione questi diritti che le Capitolazioni solennemente gli riconoscevano: ma dal momento che le terre scoperte da Colombo erano immense, e le ricchezze di quelle terre promettevano di essere ingenti in proporzione, si pose il problema per cui dette Capitolazioni assegnavano ad un singolo uomo troppo potere e troppe ricchezze.
A peggiorare il quadro concorrevano due fattori: in primo luogo, come qualsiasi imprenditore in terra straniera (perché a conti fatti con le Capitolazioni egli diveniva un asientista), Colombo aveva la tendenza a distribuire cariche e posti di responsabilità fra i propri amici e familiari, in primis il fratello minore Bartolomeo: Ferdinando Magellano si sarebbe comportato allo stesso modo, al momento di approntare la sua spedizione di circumnavigazione (coinvolgendo ad esempio il cognato Duarte Barbosa, che sarebbe divenuto capitano della Victoria dopo l'ammutinamento di Puerto San Julian). Questa propensione a mantenere la gestione degli affari all'interno di un ristretto circolo, al momento di assegnare le cariche nella nuova colonia di Hispaniola, agli spagnoli non piacque punto, ingenerando in loro la convinzione di essere stati tagliati fuori - e da un forestiero - dallo sfruttamento delle risorse delle "loro" colonie. 
In seconda battuta, Colombo si dimostrò un governatore dispotico - anche se, col senno del poi, la sua decisione di accentrare e razionare tutte le risorse alimentari disponibili era probabilmente quella corretta, dal momento che i coloni di Hispaniola iniziarono a morire penosamente di fame quando contravvennero ai suoi ordini - assenteista (come già si è detto) ed inetto nel trattare coi propri sottoposti. Sì, come qualsiasi uomo del tardo XV secolo, l'esercizio della violenza ed un rigido rispetto della gerarchia erano per Colombo condizioni imprescindibili nell'esercizio delle relazioni sociali: no, Colombo non era più violento della media del periodo e l'uomo in sé non era particolarmente efferato. Il suo desiderio di evangelizzazione dei nativi era intimamente sentito, ad esempio, provenendo da un uomo profondamente religioso che amava firmare in calce le proprie lettere come Christus ferens: e ho già evidenziato come, nel memoriale del 1501, egli si battesse per una amministrazione più equa e razionale della giustizia nella nuova colonia, tanto per gli spagnoli che per i nativi (un ordine di problemi che non avrebbe mai sfiorato un uomo come Pizarro, tanto per dire).
Il malumore dei coloni degenerò presto in disordini nella nuova colonia, col clero che soffiava sul fuoco della rivolta per insofferenza alla condizione di subordinazione all'autorità governatorale sempre sancita dalle Capitolazioni di Santa Fé: per reazione la Corona inviò a Hispaniola un juez pesquisidor - nella persona di Francisco de Bobadilla - con l'incarico di esaminare la situazione e giudicare nel merito delle accuse che venivano rivolte a Colombo. Per inciso, i rapporti di forza fra il governatore e il giudice non erano affatto ben delineati, e non è chiaro se Bobadilla, all'atto di arrestare Colombo (che dalla sua si era rifiutato di riconoscere l'autorità del primo) commettesse un arbitrio o si conducesse entro i poteri connessi alla sua carica. Sta di fatto che Bobadilla raccolse su Colombo un notevole dossier accusatorio, collezionando tutte le lagnanze e le voci che potevansi raccogliere fra i coloni: e trattandosi di persone che avevano nei confronti del genovese specifici motivi di risentimento, ed in taluni casi ottime prospettive di cavare qualcosa dalla sua rimozione, tali accuse non possono certo essere considerate super partes. Si va da specifiche accuse - nel contesto credibili - di punizioni brutali comminate da Colombo nei confronti di spagnoli di libera condizione onde mantenere l'ordine, sino ad accuse meno credibili di efferatezze commesse su larga scala dall'odiato clan dei genovesi ed a voci incredibili e fantasiose tout court, come quella che voleva che Colombo fosse in procinto di tradire gli spagnoli e consegnare le nuove colonie nientemeno che alla Repubblica di Genova. Per questo motivo ho sottolineato come il dossier Bobadilla, che ancora perseguita la valutazione storica dell'operato di Colombo, è da prendersi con le proverbiali pinze perché fonte parzialissima, ben più della generale parzialità che affligge qualsiasi fonte storica. Va peraltro ricordato che Colombo, una volta tornato in Spagna, ottenne l'archiviazione delle accuse contenute nel faldone raccolto dall'inquisitore e l'esonero dello stesso Bobadilla dalla carica; ma le prerogative che le Capitolazioni gli riconoscevano caddero assieme alle accuse. Un buon indizio sulla natura strumentale di queste ultime che, a ben vedere, lo scopo lo avevano raggiunto: spogliare Colombo dei diritti sanciti dal suo contratto colla Corona. E questo processo era inevitabile, perché l'impresa avventurosa del genovese era in breve divenuta un vasto processo di assoggettamento e colonizzazione che non poteva essere gestito dalle mani e secondo gli interessi di un solo uomo.
Il faldone d'accuse raccolto nel corso della sua inchiesta a Hispaniola e depositato da Bobadilla si ritenne per lungo tempo perduto, e le imputazioni rivolte a Colombo divennero note solo attraverso fonti secondarie coeve o di poco successive come nel caso del magnum opus De orbe novo decades di Pietro Martire d'Anghiera (invero simpatetico verso la causa dell'Ammiraglio); ma per quanto note in qualità di relata refero, continuarono - come detto - ad incidere sulla valutazione storica di Colombo. Tutto ciò è cambiato da un ventennio a questa parte, allorquando le studiose Consuelo Varela e Isabel Aguirre si sono casualmente imbattute in una copia superstite di questo faldone nell'Archivo General de Simancas, in Spagna. Ne è nato un libro ammirevole (La caída de Cristóbal Colón: el juicio de Bobadilla. Madrid: Marcial Pons, 2006) suddiviso in due parti: la prima parte, articolata in sette capitoli, fa minuziosamente il punto dell'opera di Colombo come governatore, degli attriti con i coloni spagnoli, con le autorità religione e da ultimo con il Bobadilla che ne affrettarono la caduta; la seconda presenta una trascrizione commentata della "Pesquisa [inchiesta] del comendador Francisco de Bobadilla". Questa prima edizione è stata anche tradotta ed è oggi accessibile ad un più vasto pubblico in italiano. È un libro che chiunque volesse esprimersi su Colombo e sulla valutazione storica della sua figura dovrebbe premurarsi di leggere.