Carteggio n°1: rivolte, disuguaglianze e vicepresidenti dem

"Do not write me studied letters but ramble as you please". Lettera alla nipote Ellen Wayles Randolph, 14 marzo 1816 Carteggio n°1: rivolte nelle strade e vicepresidenti da scegliere

Buona giornata!
Finalmente siamo usciti dalla quarantena. Jefferson cambia forma, scegliendo di dotarsi di un team più strutturato oltre allo scrivente. Insieme a me, come vice responsabile del progetto c'è Emanuele Monaco, dottore di ricerca in americanistica dell'Università di Bologna e curatore di Twitter. A dargli una mano, c'è Stefano Pasquali. Ci sono altri due responsabili: Francesco Danieli sulla pagina Instagram insieme con Lucia Marchetti. Infine: Gianluca Lo Nostro ha creato il canale Youtube. Su Facebook mi dà una mano Lorenzo Tronfi.
A questo team (e alla mia compagna) va il mio grazie per avermi esortato ad andare avanti.
Perché carteggio? Perché Jefferson si apre ai contributi di collaboratori esterni, come Walter Toscano, collaboratore de Il Tempo e la Storia su Rai Storia e dottorando presso l'università di Pisa, che analizzerà per noi il rapporto tra afroamericani e polizia, mentre Emanuele Monaco esamina la segregazione razziale nei quartieri di Minneapolis. Il sottoscritto invece, azzarderà su quale debba essere, a mio avviso, la candidata migliore per Joe Biden. La rassegna stampa, che un tempo trovavate qui, rimane su Facebook e Youtube. Questa settimana parleremo degli scontri razziali del passato. Cominciamo il nuovo viaggio con la versione definitiva di Jefferson!

Minnesota is burning!

(Analisi delle radici razziste della rivolta di Minneapolis)


Il memorial dell'uccisione di George Floyd di fronte al negozio Cup Foods

di Walter Toscano
 

Fermato dalla polizia perché accusato di aver pagato un pacco di sigarette con una banconota contraffatta, George Floyd, 46 anni e afroamericano, viene atterrato dall’agente Derek Chauvin, che per sette lunghi minuti preme il ginocchio sul collo dell’uomo. Floyd muore poco tempo dopo. In meno di quarantotto ore la città di Minneapolis diventa l’epicentro di uno dei race riot più violenti della storia della città. È passata più di una settimana dalla morte dell’uomo e le rivolte urbane si sono diffuse a macchia di leopardo in tutto il paese. Lo scontro tra la società civile e le forze armate diventa più complesso: in Minnesota viene schierata la Guardia Nazionale come supporto alla polizia, quest’ultima sempre più violenta nei confronti dei manifestanti – che talvolta hanno dato vita a proteste pacifiche. Diventa chiaro l’intento delle forze politiche coinvolte, tra governatori e sindaci, che chiedono a gran voce l’intervento della Guardia Nazionale, di sedare le rivolte e impedire che queste si diffondano in tutti gli Stati Uniti. Le spaccature sociali risultano evidenti, stanno attraversando il paese e seguono quella “linea del colore” che continua a dividere, ancora oggi, la società statunitense. La violenza per le strade, insomma, mostra le contraddizioni di una classe politica – non solo presidenziale, ma anche local – che non riesce e non è riuscita a risolvere le problematiche socioeconomiche di una America dilaniata dalle differenze di razza e classe. In queste manifestazioni preponderante infatti la presenza della working class americana, impoverita e colpita duramente dalla crisi economica che, dall’inizio della pandemia, ha finito per colpire maggiormente le minorities e i lavoratori a basso reddito. Vittime della marginalizzazione economica, la comunità nera è stata poi quella maggiormente colpita dal virus Sars-Covid19, il quale dall’inizio del lockdown ha provocato la morte di migliaia di donne e uomini. Sprovvisti di assicurazione sanitaria, disoccupati, residenti nelle periferie degli Stati Uniti dove le polveri sottili sono responsabili dei numerosi casi di asma e malattie respiratorie, gli afroamericani – così come i latinos – hanno costituito quella forza lavoro sottopagata e non tutelata che, impossibilitata dal lavorare in casa, non è riuscita a rispettare le distanze necessarie per evitare la diffusione del virus. Diseguaglianze razziali e di classe, insomma, sia di breve che di lungo periodo.
Tutto ciò risulta particolarmente evidente se guardiamo alla realtà dello stato del Minnesota e quella della città di Minneapolis, luogo del focolaio della rivolta urbana. Uno degli stati più ricchi del paese, il Minnesota ha visto concentrarsi negli ultimi decenni nell’area metropolitana delle Twin Cities - Minneapolis e Saint Paul - almeno 19 delle 500 compagnie più remunerative negli Stati Uniti (secondo la classifica di Fortune). Tuttavia, lo stato, soprattutto la città di Minneapolis definita fino al 2015 come la città del “miracolo americano”, in realtà, ha dovuto fare i conti con una realtà radicata nella storia della città, fatta di emarginazione sociale, crisi abitativa, decrescita progressiva dei posti di lavori a basso e medio reddito, razzismo strutturale e uso massiccio delle forze di polizia. A Minneapolis la comunità afroamericana inizia ad aumentare significativamente a partire tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento durante la Grande Migrazione dagli stati del sud, occupando le zone più povere della città (North e South Minneapolis), arrivando, negli ultimi anni, a circa il 18.6% della popolazione totale. Ma mentre il 76% delle famiglie bianche possiedono una casa di proprietà, soltanto un quarto degli afroamericani risultano essere proprietari. Se nel 2018 una famiglia nera guadagnava, mediamente, circa 36.000$ dollari annui, i bianchi ne guadagnavano più del doppio (84.000$). Come se non bastasse, la comunità nera ha visto un aumento progressivo di disoccupazione e, contemporaneamente, del tasso di criminalità, quest’ultimo elemento che ha contribuito a rafforzare la presa della polizia sulla comunità e il conseguente aumento delle violenze a danno degli afroamericani.
L’epidemia di Sars-Covid19 degli ultimi mesi, poi, ha amplificati i disagi di una comunità che non ha mai goduto di quella crescita di wellness della democraticissima città del “miracolo americano”. Mancando di tutele sul lavoro e vittima della disoccupazione che ha coinvolto l’intero paese, la comunità nera dello stato del Minnesota è stata quella maggiormente colpita dagli effetti della pandemia sulla salute e sull’economia. Povertà, violenza della polizia, razzismo strutturale: questi i tre elementi che hanno fatto da contraltare alla morte di Floyd. Questi gli elementi che hanno scatenato l’ira di una comunità messa da decenni alle strette. E non soltanto in Minnesota, ma in tutto il paese. E mentre il paese è in fiamme, la Presidenza Trump risponde alle proteste con la minaccia dell’uso della violenza armata. Quella a cui stiamo assistendo, insomma, non è una combustione spontanea; al contrario: essa è la risposta a decenni di emarginazione socioeconomica su base razziale a cui non è corrisposta una risposta politica significativa.

La storia di due quartieri: la segregazione al Nord

(Come il quartiere in cui nasci ti cambia la vita)


Un'antica mappa di Minneapolis, risalente al 1897/ Library of Congress

di Emanuele Monaco

Diamond Lake, anche se non lontano dall'aeroporto, è un quartiere felice. Il 78% delle famiglie possiede la casa dove vive, l'income medio è $86000. Il 40% delle famiglie ha un reddito che supera i $100000, il 53% della popolazione adulta ha almeno una laurea. Il sito niche.com, che ti aiuta a scegliere il quartiere dove vivere, lo descrive come "tra i migliori posti dove vivere in Minnesota".

Near North è un'altra storia. Solo il 32% delle famiglie possiede la casa in cui vive, il resto paga un affitto di $900 dollari al mese in media. L'income medio è $28000, il 60% delle famiglie ha un reddito sotto i $35000. Il 24% dei residenti adulti (25+) ha una laurea.

Cosa li separa ancora di più è il grado di "diversità". Non sorprenderà che Diamond Lake ha una popolazione bianca al 72%. Near North nera al 55% e solo 14% bianca. Entrambi i quartieri votano ampliamente democratico (una delle review riguardo Diamond Lake dice "non vi avvicinate se non siete super liberal").

Questa separazione netta non è casuale. La segregazione e il razzismo hanno tracciato i confini delle comunità della città, una geografia che va ad avere un enorme impatto sulle tue chance di godere di quello che è stato chiamato il recente "miracolo economico di Minneapolis". (https://www.theatlantic.com/magazine/archive/2015/03/the-miracle-of-minneapolis/384975/)

Negli anni '20 l'area di Diamond Lake era descritta come il paradiso dell'emergente classe media, gli operai del vicino stabilimento Ford in cerca di un rifugio nei sobborghi. Cosa rendeva ancora più "desiderabile" l'area? I famigerati covenants. Per tutta la prima metà del secolo scorso era possibile e legale inserire negli atti di proprietà di un bene una clausola "razziale" che proibiva la vendita a e l'acquisto da parte di persone non-bianche. "Premises shall not be sold, mortgaged, or leased to or occupied by any person or persons other than members of the Caucasian race". I quartieri con restrizioni basate sulla razza avevano "casualmente" i migliori credit ratings, assegnati dall'agenzia federale Home Owners' Loan Corporation (il cosiddetto redlining).


Il progetto Mapping Inequality ha studiato proprio questa storia. Nei documenti si trovano espressioni come "infiltration of negroes" per descrivere quartieri senza convenants, uniti ad aggettivi come "subversive", "undesirable", "inharmonious", "lower grade population". (qui potete trovale la mappa di Minneapolis disegnata nel 1940).


Nel corso di decenni in cui la classe media bianca cominciava a consolidare un patrimonio immobiliare da passare alla generazione successiva, i covenants (aboliti solo a metà degli anni '50 dalla Corte Suprema, sentenza Shelley v. Kraemer) tenevano gli afroamericani esclusi da questo processo, soprattutto quando accompagnati dall'effetto dei ratings dati dalle agenzie federali nell'era del New Deal.


I quartieri in cui si trovò segregata la comunità delle Twin Cities (Near North a Minneapolis e Rondo a St. Paul) furono poi devastati dalla costruzione della Interstate 94 negli anni '60, separando ulteriormente ciò che ne rimaneva dal resto della città.


Le linee della disuguaglianza oggi seguono molto da vicino quelle create dal sistema chiamato Jim Crow of the North. La segregazione storica e il razzismo strutturale hanno creato un ambiente in cui la linea delle opportunità, delle chance di successo e del possesso di patrimonio segue abbastanza fedelmente quella del colore della pelle. Ultimo dato: la Minneapolis del miracolo economico ha la disparità "razziale" di reddito maggiore dell'intero paese. Il reddito medio di una famiglia afroamericana a Minneapolis è $47000 inferiore a quello di una famiglia bianca.

La famosa frase di MLK "il riot è la lingua degli inascoltati" assume un bel po' di contesto dopotutto.

Consigli non richiesti per scegliere la perfetta vicepresidente

(E non finire male come qui sotto)


Sarah Palin scherza con John McCain alla convention repubblicana del 2008

di Matteo Muzio

Dopo una corsa presidenziale vinta grazie a un blitzkrieg di spot pubblicitari comprati negli stati chiave, un'unione sacra con gli altri candidati moderati e una vittoria già suggellata a metà marzo e un ex avversario che lavora molto per lui come Bernie Sanders (strano ma vero), adesso Joe Biden, che ormai ha raggiunto la quantità necessaria di delegati per essere nominato al primo turno alla convention di Milwaukee il prossimo agosto, poco più di duemila. Ma adesso ha davanti a sè una scelta da ponderare con attenzione: considerato che sicuramente sceglierà una donna, come annunciato all'ultimo dibattito con Sanders il 15 marzo scorso, nel frattempo si è visto che alcune candidature sono sfumate, e vediamo perché:

-Amy Klobuchar: le sue politiche durante gli anni in cui era procuratore della contea di Hennepin in Minnesota hanno messo in luce una certa sua accondiscendenza con le violenze della polizia (ivi compreso un caso che coinvolgeva Derek Chauvin) hanno reso molto magre le sue chance di essere scelta. In più, una candidata centrista di certo non è certo quel che ci vuole per mobilitare una base progressista.
-Gretchen Whitmer: sotto tiro per la sua gestione del lockdown (ne abbiamo parlato qui) da parte della destra repubblicana e non entusiasmante per i progressisti. Ricordiamo che Biden è molto popolare presso la classe lavoratrice bianca (e lo ha dimostrato lo scorso marzo) e forse si rischia di fare un doppione. A maggior ragione che gli ultimi sondaggi lo danno in forte vantaggio.
-Kamala Harris: favoritissima della vigilia per il suo background sia razziale che di figlia di immigrati skillati (il padre Donald è un prof giamaicano di economia venuto in America per insegnare a Stanford mentre la madre Shyamala Gopalan era nativa di Madras: lei invece arrivò negli per fare ricerca sul cancro a Berkeley), ma da procuratrice il suo record di durezza nel comminare pene spoporzionate nei confronti degli afroamericani hanno di molto minato anche la sua campagna elettorale con l'emersione del tormentone "Kamala is a cop". Ma un suo ripensamento sulla questione della giustizia criminale potrebbe farla risalire. Per magari farle lasciare lo scranno a un progressista sandersiano come Kevin de Leon. Ma è difficile, dato che la California è uno stato ultrasicuro per i democratici, forse più di qualunque altro.

E quindi? A chi dovrebbe toccare? A parere di chi scrive, deve essere qualcuno difficilmente attaccabile dall'apparato mediatico vicino al partito repubblicano, essere sufficientemente progressista e costituire un pilastro della campagna di Biden in un segmento nel quale l'ex vicepresidente è molto debole. E allora chi meglio di...

Michelle Lujan Grisham???
Non è molto conosciuta, è vero. E forse non è una trascinatrice di folle. Ma su questioni come libertà di scelta, salario minimo ed energie rinnovabili, beh, il suo profilo è adamantinamente progressista. Governatrice del New Mexico dal 2019, prima era stata deputata al Congresso per sei anni ed era una dei maggiori critici di Trump in tema di immigrazione. In più, la sua condotta durante la pandemia è largamente preferita a quella scelta dal presidente Trump. Infine la sua presenza nel ticket sarebbe un modo per dare spazio a una figura politica come quella del governatore che le recenti primarie hanno marginalizzato per il loro stile pragmatico a cui gli elettori preferiscono candidati più ideologici. Non solo: sarebbe un pilastro sia tra i latinoamericani per le sue origini, per la sua politiche sull'immigrazione e aiuterebbe a consolidare il vantaggio in uno stato che i democratici mirano a strappare da anni ai repubblicani come l'Arizona. E varrebbe molto meno di una candidatura simbolica come quella della Harris, che magari potrebbe occupare un posto importante nella nuova amministrazione, magari all'Urbanistica, dove potrebbe maggiormente far valere le sue competenze, così come in quella di Procuratore Generale. Inoltre Kamala, con il suo stile estremamente brillante, potrebbe sbilanciare il ticket a suo favore come accadde quando John McCain scelse Sarah Palin, che entusiasmò i militanti di destra, ma fece fuggire gli indipendenti. Che se Biden vorrà arrivare alla Casa Bianca con buon margine per evitare mosse impreviste da parte del presidente Donald Trump. Questo è il nostro consiglio per Joe Biden.

Rassegna stampa: gli scontri razziali nella storia americana


Come abbiamo già detto, la rassegna stampa si trasferisce sulla pagina Facebook e sul nostro canale Youtube. Ci vediamo domani per analizzare il ruolo degli scontri razziali nella storia americana attraverso la lettura di alcuni articoli.
Jefferson torna tra due settimane con due tutorial sull'apparato dem e sugli Antifa e con una storia su un eroe della lotta contro la segregazione che meriterebbe una serie tv. Spoiler: si chiamava come il protagonista di Breaking Bad. Arrivederci!