Jefferson, Telegramma n°3📯: Joe Biden, matto in tre mosse 👑

"In every country where man is free to think & to speak, differences of opinion will arise from difference of perception, & the imperfection of reason. but these differences, when permitted, as in this happy country, to purify themselves by free discussion, are but as passing clouds overshadowing our land transiently, & leaving our horizon more bright & serene." Lettera ai Cittadini di Columbia, South Carolina, 23 marzo 1801 Telegramma n°3: Biden, scacco matto in tre mosse

Buonasera a tutti i lettori di Jefferson!
L'incredibile vittoria di Joe Biden, dato per finito dopo il Nevada, sorprende non tanto per la sua grandiosità (poco meno di trenta punti di distacco da Bernie Sanders) quanto per il suo arrivare dopo più di trent'anni di campagne presidenziali dell'ex senatore del Delaware. Sin da quando scelse di correre per le presidenziali del 1988, non aveva mai vinto in nessuno stato. Nemmeno nel 2008, quando poi vinse quel Barack Obama che lo scelse come suo vice. Del resto anche vincere dopo una serie infinita di fallimenti è qualcosa di profondamente americano e Biden, anche se non è più quel senatore proveniente dalle fila della working class di origine irlandese, ha dimostrato di saper lottare molto più di un miliardario come Tom Steyer e di un giovane politico rampante come Pete Buttigieg, entrambi ritirati dopo la debacle nel Palmetto State, a cui è seguita subito dopo Amy Klobuchar, che ha appoggiato subito il vincitore della South Carolina. E dopo il Super Martedì, dove Biden ha prevalso in 10 stati su 14, anche Michael Bloomberg ed Elizabeth Warren si sono arresi, lasciando solo Biden e Sanders a sfidarsi nei prossimi contest. Ma anche nel cosiddetto "Mini-tuesday" Una storia che merita di essere raccontata e che non si comprende senza capire l'importanza della polarizzazione dell'elettorato moderato e progressista. Ma prima di analizzare il voto, torna uno dei tutorial di Emanuele Monaco! Stavolta parliamo di soppressione degli elettori! Partiamo!

Come mai è così difficile votare se sei nero?

Quando sui giornali, nei post, in tv si dice che stati come la South Carolina rappresentano meglio di altri gli Stati Uniti come nazione, non è soltanto per la loro composizione razziale. C’è una storia che accomuna molti stati, soprattutto di quello che è chiamato Deep South, e ci parla della natura stessa della democrazia americana: quella della voter suppression, il tentativo, mascherato o meno, di singoli stati di impedire alle minoranze l’accesso al voto. Può sembrare strano, soprattutto se visto dall’Italia, con la sua costituzione relativamente moderna e inclusiva, ma gli americani hanno assistito all’evoluzione e all’allargamento (a volte restrizione) del concetto di cittadinanza per gradi, attraverso emendamenti e sentenze della Corte Suprema. Emendamenti e sentenze non sempre chiari, espressione del tempo in cui furono emanati e dei compromessi necessari a scriverli. È sicuramente il caso del XV emendamento del 1870, di cui quest’anno si festeggia il centocinquantesimo anniversario. Esso non riconosceva il diritto di voto agli afroamericani tout-court, come spesso si legge, e come venne celebrato all’epoca, ma vietava la legislazione che limitasse l’accesso al voto in base al colore della pelle, la razza o una precedente condizione di schiavitù. Piò sembrare una sottigliezza, ma a livello costituzionale non lo era affatto. Se il divieto era di discriminare per il colore della pelle, altri limiti e barriere che sortissero lo stesso effetto, cioè impedire agli afroamericani di votare, erano potenzialmente legali.
Quello che avvenne negli anni ’70 dell’800 fu sostanzialmente una contro-rivoluzione dopo le grandi innovazioni sociali imposte dal governo federale dopo la guerra civile, rappresentate da tre emendamenti simbolo, il XIII, che aboliva la schiavitù, il citato XV e il fondamentale XIV, che garantiva protezione federale dei diritti individuali. Negli ultimi anni della Reconstruction Era, dominata dal Partito Repubblicano sia al congresso che nelle camere statali, elementi radicali del partito Democratico, soprattutto nel sud ancora sotto occupazione militare, usarono la violenza come reazione alle riforme del diritto di voto, tramite organizzazioni paramilitari come il KKK, o altre che univano intimidazione all’azione politica, come le Red Shirts, o i Knights of the White Camellia.
L’obiettivo di spaventare le comunità nere e destituire i Repubblicani negli stati del Sud fu raggiunto nella prima metà degli anni ’70. Il Partito Democratico riottenne il controllo sia del Congresso che dei governatorati del sud, fino alle contestate elezioni presidenziali del 1876 e al compromesso del 1877 che ufficialmente pose fine all’Era della Ricostruzione. Del 1876 anche la storica sentenza della Corte Suprema Us v. Reese, che limitava le garanzie del voto solo alle categorie stabilite dal XV emendamento, dando via libera a discriminazioni sulla carta diverse da quelle per colore della pelle.
Dal 1890 al 1908, le legislature degli Stati del Sud approvarono nuove costituzioni, modifiche costituzionali, e leggi che rendevano più difficile la registrazione e il voto degli elettori. Queste riuscirono a impedire l’esercizio del voto al 90% dei cittadini neri, così come a molti bianchi poveri, e il numero di elettori crollò drammaticamente in ogni Stato. Il Partito Repubblicano fu spazzato via nel Sud per decenni, aprendo alla stagione delle leggi Jim Crow e alla segregazione. Paradossalmente questa è ricordata dagli storici come la Progressive Era, un’epoca di forti cambiamenti sociali e attivismo politico per allargare i diritti di cittadinanza e creare una società più giusta. Ma se questo era vero per molti bianchi del nord, lo stesso non valeva per le comunità afroamericane del Deep South (e non solo). Molti sono portati a pensare che quella del cosiddetto black disenfranchisement sia un’eccezione al cammino di progresso che la democrazia americana conobbe a cavallo del XX secolo. Ma la cosa è smentita sia da varie sentenze della Corte Suprema di fine ‘800 che andarono a smantellare e limitare le garanzie scritte negli emendamenti della Reconstruction Era, sia dall’azione del governo federale amministrato dal primo presidente del Sud dal 1856, Woodrow Wilson. Durante il suo primo mandato, Wilson soddisfò le richieste dei democratici del Sud ed applicò la segregazione razziale negli uffici federali e la discriminazione razziale nelle assunzioni. Durante la Prima Guerra Mondiale, le forze militari americane erano segregate, con soldati neri peggio addestrati ed equipaggiati.
Gli Stati crearono barriere al voto molto efficaci, usate da sole o in combinazione. La più popolare era la poll tax il cui pagamento era un prerequisito per registrarsi come elettore in tutti gli stati del Sud e alcuni del Midwest. Questa era un enorme limite al voto, visto che a volte l’ammontare della tassa era molto elevato. A essa poteva essere associato, come in South Carolina, un test di alfabetizzazione. Per poter votare bisognava leggere una parte della costituzione e convincere l’ufficiale, bianco, dell’avvenuta comprensione del testo. Un altro modo per impedire alle persone di votare erano le famose grandfather clauses. Una persona poteva votare, o era esentata dal pagamento della poll tax, se suo nonno o suo padre avevano votato prima del 1867, prima quindi che il diritto di voto fosse allargato agli afroamericani. Queste regole furono abolite dalla Corte Suprema solo nel 1939. La South Carolina si distinse anche per la legge che limitava la partecipazione alle elezioni primarie solo ai bianchi, cosa imitata da vari altri stati. Varie versioni di white primaries sopravvissero a sentenze della corte suprema statale e federale fino agli anni ’50.
Il disenfranchisement non terminò di certo con il Voting Rights Act del 1965, che ampliava e specificava tutti gli ambiti di applicazione del XIV e XV emendamento nel garantire il voto alle minoranze razziali. La legge autorizzava il governo federale a supervisionare le pratiche elettorali degli stati, e ad applicare le garanzie costituzionali di fronte a leggi locali che impedivano di fatto la rappresentanza di molte comunità afroamericane. In risposta a questo, molti stati cominciarono a creare nuovi tipi di barriere al voto, usando l’identificazione e la prova di cittadinanza per rendere più difficile la registrazione di ampie sezioni di elettorato, spessissimo afroamericano.

L’abolizione del Voting Rights Act nel 2013 da parte di una sentenza della Corte Suprema ha fatto sì che le elezioni presidenziali del 2016 siano state le prime in 50 anni senza le tutele che avevano garantito un limite al disenfranchisement. Quattordici stati hanno introdotto dopo il 2013 nuove restrizioni, compresi swing states come Virginia e Wisconsin. Queste, unite alla pratica del gerrymandering, danno l’idea di come quello delle restrizioni del voto sia ancora un fenomeno presente e che mina le fondamenta ideali e costituzionali della democrazia americana.
 

La resurrezione di Biden e la sfida tra settantenni

In questa foto soltanto Ronald Reagan ha settant'anni appena compiuti. Eppure la sua età fu senza dubbio una delle questioni che attraversarono la campagna elettorale del 1980. Poteva un uomo di 69 anni andare al vertice della nazione leader del Mondo Libero e non soffrire di problemi di salute o peggio, di deterioramento mentale? Dopo una primaria affollatissima, alla fine la sfida delle primarie democratiche si è ridotta a Joe Biden, ex vicepresidente dell'amministrazione Obama ed ex senatore del Delaware per 36 anni, contro Bernie Sanders, senatore del Vermont dal 2007 e prima deputato dal 1991, con quest'ultimo ormai quasi impossibilitato a vincere.. Entrambi sono nati durante la Seconda Guerra Mondiale. Biden è nato il 20 novembre 1942, quando l'ottava armata britannica stava avanzando nella Libia Italiana, mentre Sanders è nato L'8 settembre del 1941, prima ancora dell'attacco di Pearl Harbour. Nonostante la coalizione che ha portato i democratici a riconquistare la Camera fosse composta di giovani, donne e minoranze, questa corsa si è ridotta a due quasi ottuagenari bianchi che però hanno la maggiore riconoscibilità possibile e immaginabile a livello nazionale. Biden è l'incarnazione della politica di Barack Obama (anche se in realtà il suo programma è molto più di sinistra) e del cosiddetto establishment, che altro non è che una linea di partito, evolutasi nel tempo, che ha come stelle polari la fattibilità dei provvedimenti e la stabilità dell'ordine mondiale post-guerra fredda. A questi si sono aggiunti ex sostenitori della presidenza di George W. Bush come Bill Kristol, intellettuale neoconservatore che descrive l'ex vicepresidente come "una garanzia per la liberaldemocrazia". Bernie Sanders, di converso, rappresenta l'adamantina storica coerenza dei socialisti americani che, come Eugene Debs pagò per la sua opposizione strenua all'entrata in guerra, azzerando i consensi per un partito che era in ascesa (ne avevamo parlato qui). Fino a prima del 29 febbraio, sembrava che lo juggernaut sandersista fosse inarrestabile. Ma poi Biden ha vinto la partita in tre mosse.
Prima mossa: chiesa per chiesa
In South Carolina l'anziano ex vicepresidente ha percorso il territorio in lungo e in largo, ha cercato il contatto con numerose comunità di afroamericani, tra i quali ci sono molti conservatori palesemente ostili al "socialismo sandersiano" e molti di questi sono anche apertamente antiabortisti. Altri due candidati moderati, l'ex sindaco di South Bend Pete Buttigieg e la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar, hanno avuto molti problemi con questo elettorato: Buttigieg aveva ostacoli grossi, ma la Klobuchar ne aveva alcuni insormontabili. Così il candidato cosiddetto di establishment Joe Biden, non uno "sfondatore di porte" come Sanders o un ha trovato la via per una vittoria chiara e inequivocabile: 48% contro 19%. Secondo Vox, questa vittoria avrebbe aperto la strada alla conquista dell'intero Sud ex confederato.
Seconda mossa: Southern Strategy 2.0 + il ritorno della machine
Dopo questo inaspettato trionfo, la macchina sandersiana si è inceppata. Nell'ultimo periodo il bersaglio preferito dei sandersiani era il giovane Pete Buttigieg, il "traditore della sua generazione", destinata ovviamente ad abbracciare quella forma di "socialismo immaginario" proposta, con labili legami alla realtà nord europea attuale e molto più a un welfare state simile a quello canadese. Ma poi qualcosa è successo. Pete Buttigieg si è ritirato e a stretto giro lo ha fatto anche Amy Klobuchar. Non solo: è arrivato l'endorsement di un personaggio sparito dai radar come Beto O' Rourke, ex deputato del Texas e anche lui candidato a una folle corsa presidenziale da cui ne era uscito con le ossa rotte. Ma era comunque quello stesso Beto O' Rourke che ha stilato un piano ben preciso per togliere ai repubblicani in Texas la maggioranza alla Camera Statale. Tutti e tre si sono dati appuntamento a Dallas il 2 marzo per sostenere Joe Biden, con la stessa strategia di mobilitazione di quell'elettorato suburbano che nel 2018 ha strappato seggi come quello del repubblicano Pete Sessions, che racchiude anche la residenza di George W. Bush. E ha funzionato. Il Texas, uno dei due stati maggiori in ballo, è stato conquistato dall'ex vicepresidente, raccogliendo 111 delegati contro i 102 di Sanders. Altri stati del Sud hanno avuto medesima sorte: Alabama, Arkansas, North Carolina, Oklahoma, Tennessee e Virginia. Qui le percentuali sono state anche maggiori. Molti si sono chiesti: c'è un ruolo di Barack Obama in questo? Non in modo diretto, ma di sicuro il cosiddetto "Obamaworld" ha pesato eccome, dimostrandosi l'erede di quelle machine che, come ai tempi di Tammany Hall, potevano smuovere. E questo ha fatto che sì che Bernie facesse una forte retromarcia e lanciasse in Florida un suo spot accanto a Obama pesantemente editato. Pensava, in questo modo, di essersi lasciato lo spazio per la riconquista del Michigan. E invece...
Terza Mossa: La fine dei "Never Hillary" e dell'illusione di Bernie.
Il Mini Tuesday, che ha coinvolto sei stat: Idaho, Michigan, Mississippi, Missouri North Dakota e Washington, poteva essere, sulla carta un'ultima spiaggia per Bernie, che però nel frattempo registrava il mancato endorsement di Elizabeth Warren (che ha dichiarato di preferire di dedicarsi alla costruzione di una coalizione democratica vincente per novembre) e due ulteriori sostegni per Biden, quello di Bloomberg (che a detta di Trump ha buttato 687 milioni di dollari "nel lavandino") e quello di Kamala Harris. Ma dalle parti della campagna del senatore del Vermont si contava appunto sulla sua forza registrata in Michigan nel 2016. Ma al netto di tutti i miti sulla Rust Belt che vota Trump, gli sono mancati i voti dei "Never Hillary": quegli elettori che detestavano la Clinton e che hanno contribuito alla vittoria di Trump. Stavolta invece si sono ricordati della popolarità di Biden, ragione per cui venne scelto da Obama proprio per questo motivo. E infatti i lavoratori non lo hanno dimenticato: 52,9% per Biden contro un misero 36,4% per Sanders. Secondo il New York Magazine, il senatore del Vermont avrebbe letto molto male i risultati del 2016 e questo gli sarebbe stato fatale. Oltreché il fatto che, a costruire la coalizione multirazziale necessaria per vincere a novembre è stato proprio Biden. E questo sta cominciando a preoccupare l'establishment repubblicano, che è alle prese con gli errori di Trump nella gestione dell'emergenza Coronavirus. E la partita a scacchi di Biden potrebbe entrare in una nuova e decisiva fase.

A lume di candela: speciale Lotta al Covid19


Questa volta non possiamo esimerci dal trattare anche dell'emergenza pandemica globale. Ecco la selezione di Jefferson.

  • Wuhan, la storia della Chicago cinese. Prima dell'epidemia che sta sfigurando la vita sociale degli esseri umani, Wuhan era un centro commerciale importante, posta nella confluenza dei due fiumi Han e Yangtze, la capitale della Cina nazionalista nella guerra contro i giapponesi e potente centro industriale, definito negli anni '20 la "Chicago cinese". Il ritratto di una città, sul sito della Cnn.

  • Stai a casa? Allora ti licenzio. Si è molto parlato del modello di sanità preferito dai democratici, modello pubblico o privato, ma il problema è che molti lavoratori americani con il reddito basso non hanno la possibilità di stare a casa. Con il rischio enorme di propagare il contagio. La ricerca di Pew Research dipinge un quadro preoccupante.

  • Il collasso dell'amministrazione Trump... Dopo una settimana passata a minimizzare, l'amministrazione repubblicana sembra completamente esautorata dall'iniziativa legislativa della speaker Nancy Pelosi, che ha introdotto moltissimi provvedimenti di welfare per lavoratori e aziende. L'analisi spietata di Greg Valliere, sul sito del fondo d'investimento AGF.

  • ...e la sua probabile fine? Peter Wehner racconta su The Atlantic come il coronavirus stia mostrando tutte le fallibilità di Trump, esponendo la sua impostura in modo inequivocabile. Sul sito del magazine, fuori dal paywall, anche un'utile guida per la lotta quotidiana al morbo.

  • Quella parata del 1918 che diffuse la Spagnola. Il 29 settembre 1918 la città di Philadelphia decise comunque di tenere una parata militare, nonostante gli inizi dell'influenza spagnola. E gli effetti furono devastanti. La storia, premonitrice, sul Washington Post.

  • Quelle parate odierne da cancellare. Non sono ancora chiare le disposizioni dello stato d'emergenza dichiarato da Trump il 14 marzo, ma ancora non si sa se alcune parate, come il Saint Patrick's Day a New York, verranno annullate. Il racconto dei giorni di negazionismo, scritto da Davide Mamone su Cisiamo.info.

L'emergenza Coronavirus rende difficile anche stabilire le priorità. Ma Jefferson tornerà al più presto, con un nuovo argomento tematico. Arrivederci!