Telegramma n°2 📯 : gracias, Tio Bernie.

"Mexico [...] first of all the Spanish possessions, and superior to Spain itself in extent, fertility, population, riches and information, has nothing to fear from the pigmy power of Spain". Lettera a Germaine de Stael-Holstein, 6 settembre 1816 Telegramma n°2: Gracias, Tio Bernie

Buona domenica a tutti i lettori!
In attesa dei risultati della South Carolina, analizziamo il successo di Bernie Sanders in Nevada. Un trionfo che arriva in uno stato che rappresenta meglio di molti altri sia un campione dell'elettorato democratico: i bianchi di origine non ispanica costituiscono poco più del 50% della popolazione) e ci sono forti minoranze di ogni tipo, non solo afroamericani, ma anche ispanici e asiatici, forse i più ignorati dal dibattito pubblico e che citeremo in un articolo della nostra rassegna. Andiamo quindi direttamente ad analizzare la situazione del Nevada. Ma prima ecco una mappa del Sudamerica disegnata da Jefferson nel 1816 nella quale spicca proprio il Messico comprendente il Nevada:

Il Nevada, da Lincoln a Tio Bernie

Siamo nel 1864. Abraham Lincoln si trova a gestire la più grande crisi nella storia della giovane repubblica americana. Non c'è la sola gestione degli eventi bellici, ma il malcontento dell'opinione pubblica. Il presidente, eletto nel 1860 con uno scarso background elettorale, viene costantemente attaccato dalla stampa, dagli avversari e anche dagli alleati per la sua condotta della guerra. La sua rielezione è a rischio. I democratici candidano il generale George McClellan, con una piattaforma a favore della guerra, ma possibilista ad aprire agli stati del Sud su un mantenimento della schiavitù sul loro territorio. Senza contare che a rischiare sarebbe anche il giovane partito repubblicano, che verrebbe marchiato dall'onta del fallimento alla prova della crisi. Quindi, per cercare di rafforzare il controllo repubblicano, bisognava tentare qualcosa di nuovo e disperato. Come ammettere un nuovo stato nell'Unione. Venne scelto il remoto territorio del Nevada per diverse ragioni. Era legato alla California, bastione unionista che trasportava via mare attraverso il porto di San Francisco. il minerale grezzo di argento estratto nelle vicinanze di Virginia City nel giacimento di Comstock Lode. Durante la guerra 400 milioni di dollari vennero ricavati da quel minerale per finanziare lo sforzo bellico. Così, anche se lo stato aveva solo 40mila elettori, 20mila in meno del minimo stabilito per legge, entrò nell'Unione il 31 ottobre 1864, telegrafando l'intera Costituzione dello Stato a Washington D.C., pagando 4mila e 313 dollari, pari a circa 60mila di oggi. Non ci fu bisogno del Nevada, dato che Lincoln avrebbe vinto anche se avessero votato contro di lui tutti gli stati confederati. Ma questa centralità politica venne ben presto persa e il "Battle Born state" rimase uno dei tanti stati minerari interni. Anzi, quando finì la bonanza dell'argento, negli anni '80 dell'800, la popolazione calò dai 62mila del 1880 ai 42mila del 1900. Altre scoperte minerarie, quali il giacimento di argento di Tonopah e quello d'oro di Goldfield, portarono a una ritrovata attrattività momentanea. Ma le dure condizioni di lavoro portarono nel 1907 a uno sciopero organizzato dagli Industrial Workers of World, sindacato anarchico favorevole a un violento scontro con i datori di lavoro. Le rivendicazioni non solo non vennero accettate ma, con l'aiuto di 300 soldati federali inviati dal presidente Theodore Roosevelt il 6 dicembre, la rivolta venne https://digital.library.unlv.edu/boomtown/counties/esmaralda.php. Gli stipendi vennero tagliati e i lavoratori sindacalizzati licenziati. Due anni dopo, una legge dello stato proibì il gioco d'azzardo. Ma anche questi filoni divennero sempre più improduttivi e con la Grande Depressione del 1929 divennero sempre meno convenienti da mantenere. Il 1931 fu un anno di svolta, grazie a una grande opera iniziata dal governo federale. Tra i suoi fautori c'era indubbiamente il presidente Herbert Hoover, che nella sua veste di segretario al Commercio aveva contribuito alla firma del compromesso tra sette stati per distribuire le risorse idriche del fiume Colorado, oggetto dei lavori, che avevano anche lo scopo di "imbrigliare" il corso delle acque, che esondavano spesso. L'ingente numero degli operai arrivati in Nevada fu lo stimolo necessario affinché il governatore Fred Balzar approvasse due importanti provvedimenti: la legalizzazione del gioco d'azzardo e l'abbreviazione dei tempi necessari per il divorzio. Da allora, lo stato ha profondamente cambiato pelle. Se la piccola Reno divenne la "capitale nazionale dei divorzi" (il giornalista Ernie Pyle scrisse "tutti quelli che vedete in strada a Reno sono lì per ottenere un divorzio") Las Vegas divenne la capitale nazionale del gioco d'azzardo. Con l'avvento della motorizzazione di massa, divenne una facile destinazione per questo tipo di turismo e divenne iconica sin dal cartello di benvenuto, inaugurato nel 1959, opera della designer Betty Willis:

Ben presto però due attività economiche all'apparenza ancillari divennero dominanti nello stato: l'ospitalità e l'edilizia. In entrambi i settori la presenza di lavoratori latino-americani diventò dominante e una chiave per vincere le elezioni. Così si spiegano le due vittorie elettorali di George W. Bush nel 2000 e nel 2004: per la sua posizione molto aperta nei confronti dell'immigrazione. Negli anni successivi i democratici puntarono molto su questa categoria di elettori: grazie a loro Barack Obama vinse nel 2008 e nel 2012 ed Harry Reid, leader di maggioranza al Senato dal 2006 al 2014, riuscì ad essere rieletto nel 2010, contro ogni pronostico, ottenendo il 94% del voto latino. E latino è stato anche l'ultimo governatore repubblicano, Brian Sandoval e la senatrice Catherine Cortez Masto, succeduta a Reid nel 2016. In questo particolarissimo stato, ultracentralizzato su Las Vegas, che ospita più della metà della popolazione, tutto questo mondo sommerso di lavoratori che rendono possibile il glam pacchiano della città dei casinò è un destinatario naturale del messaggio di cambiamento radicale rappresentato da Bernie Sanders. Nel 2016 furono proprio le minoranze a garantire a Hillary Clinton una vittoria di misura ai caucus. Stavolta però il senatore socialista del Vermont ha basato tutti i suoi sforzi per esssere maggiormente inclusivo e vincere, nonostante il mancato appoggio del sindacato della Culinary Union, che riunisce cuochi e camerieri. Stavolta, complice anche la divisione del fronte moderato, la sua strategia rinnovata gli ha garantito una vittoria chiara e inequivocabile con il 46% dei consensi. L'ex vicepresidente Joe Biden, con il suo 20%, si è garantito una manciata di delegati, lasciando alle proprie spalle Pete Buttigieg e Amy Klobuchar, entrambi scarsamente attrattivi per l'elettorato giovane e non bianco. Questa vittoria però non garantisce affatto che qualora Sanders dovesse conquistare la nomination, il Nevada andrebbe automaticamente ai democratici. Servirebbe una forte mobilitazione, soprattutto a Las Vegas. Il fatto che il voto sia in un giorno lavorativo, con molti potenziali elettori impegnati nelle cucine dei ristoranti o nelle camere degli alberghi, certo non aiuta "Tio Bernie". Che però di sicuro non rischia quanto il personaggio di Johnny Cash di "Folsom Prison Blues".

A lume di candela: Letture per approfondire

  • Finisce la guerra più lunga della storia americana: è stato firmato a Doha in Qatar un accordo tra il rappresentante speciale americano Zalmay Khalizad e i talebani. Entro 14 mesi le truppe statunitensi dovranno lasciare il Paese, dopo 18 anni di sforzi inconcludenti di nation building. I prodromi non sono affatto rassicuranti e ricordano a chi scrive il ritiro sovietico avvenuto nel 1989. Il Washington Post analizza le possibili conseguenze di quest'ennesima svolta firmata da Donald Trump.

  • Quei benestanti populisti. Non sono impoveriti, anzi vivono abbastanza bene. Una fetta abbastanza ampia dell'elettorato della destra populista negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Italia odia quelle elite urbane dalle quali si sente esclusa e rigettata. Lo racconta un lungo articolo sul Financial Times.

  • Trump e il Coronavirus. Il presidente americano si mostra estremamente fiducioso sul contenimento della pandemia virale che ha duramente colpito il nostro Paese. Ma sarà veramente così oppure una sottovalutazione del virus potrà seriamente danneggiare gli sforzi per la rielezione di Trump? L'editoriale di Dana Milibank sul Washington Post.

  • Sanders contro Bloomberg, la sfida per il cuore dell'ebraismo americano. Non era mai successo che due candidati di origine ebraica fossero così vicini alla conquista della nomination. Ma la sfida tra Bernie Sanders e Michael Bloomberg è anche l'incarnazione di due stereotipi antisemiti: il rivoluzionario che agita le classi svantaggiate e il finanziere straricco che controlla i governi. Sul New York Magazine c'è l'analisi di questa doppia anima dell'ebraismo negli Stati Uniti.

  • Il Cremlino sostiene l'elezione di Sanders? No, sostiene il caos. La possibilità che la Russia possa interferire una seconda volta dopo il 2016, stavolta a favore di Bernie Sanders, è stata respinta con forza dal diretto interessato. Ma questo non sarebbe un sostegno vero e proprio, ma farebbe parte di un'ampia campagna promossa da Putin per screditare le democrazie occidentali. Lo spiega l'edizione americana di WIRED.

  • La sfida di Trump e di Sanders: addio alla complessità. Se le prossime elezioni vedranno sfidarsi due newyorchesi così diversi come il senatore del Vermont e l'immobiliarista diventato presidente, vedremo due candidati dalle idee estreme, con seguaci fedelissimi e sostanzialmente disinteressati ai ragionamenti complessi e alla religione. Sul Financial Times una lista di tutte le cose che hanno in comune i personaggi politici più divisivi d'America.

  • Il liberalismo? Difficile farne a meno. Anche se non ha mai avuto tanti critici come adesso, il liberalismo rimane ancora insostituibile come fondo tanto per i conservatori nazionalisti come per i socialdemocratici. Un lungo saggio su Dissent Magazine enumera i motivi per cui non è affatto facile liberarsi di questo "vecchio arnese".

  • Il crollo della classe media nel 1983. L'erosione della classe media occidentale viene da molto lontano. Un articolo di The Atlantic, risalente al marzo 1983, raccontava come già il reaganismo avesse minato le basi della spina dorsale della società liberaldemocratica.

Quando aprirete questa mail, ci saranno già i risultati del South Carolina. Ci prendiamo un paio di giorni per valutarli al meglio. A presto!