Jefferson, nona lettera: gli Usa, l'Iran e la scoperta americana del mondo, cent'anni fa

"I have never believed in any effect from a shew of force to those powers … but [if one works within their system of presents and tribute] the warring on them at times will keep the demand of presents within bounds. the important thing for us now is to dispatch our small vessels". Lettera a Robert Smith, 29 marzo 1803 Nona lettera: nel 1920 l'America scopriva il mondo. Oggi non ha più una strategia.

Buon 2020 e buon ritorno dalle feste natalizie!
Ad accoglierci c'è l'ennesima sorpresa della politica estera americana ad opera del presidente più imprevedibile e imprevisto di sempre.
E questo accade esattamente cent'anni dopo la fondazione della Società delle Nazioni, avvenuta il 10 gennaio 1920, il primo atto degli Stati Uniti nella nuova veste non più di potenza regionale ma di attore globale.
Ma andiamo subito al sunto degli ultimi eventi, che di fatto si riducono a dure.

Sciroppo d'acero: il succo degli eventi

  • Terza guerra mondiale cominciata con l'Iran? Sembrava di sì, e invece no. Mettiamo in ordine gli eventi che hanno condotto a quella situazione che, per alcuni analisti, poteva essere l'inizio di un confronto acceso tra Washington e Teheran. Lo scorso ottobre 2019 erano iniziate una serie di proteste di piazza aventi come obiettivo la corruzione governativa e l'incapacità dello Stato di mantenere strade e ospedali, con un apparato pubblico visto come in mano ad oligarchi e potenze straniere. In primis l'Iran, come confermato da una lunga inchiesta di The Intercept fatta sui dispacci diplomatici di Teheran, avrebbe tenuto rapporti  stretti con numerosi membri del governo di Adil Abdul-Mahdi, tra cui il ministro degli esteri Ibrahim al-Jaafari, mentre il presidente del Parlamento Salim al Jabouri sarebbe stato un asset per i servizi segreti. Per questo l'Iran divenne l'obiettivo numero uno delle manifestazioni e cominciò anche a fare una campagna di intimidazione su vasta scala: con minacce, pestaggi e uccisioni mirate. A volte anche utilizzando cecchini che sparano sui manifestanti. Ma questo ha rilanciato anche l'azione più diretta contro la presenza americana sul campo: come riferito da The Intercept, il territorio iracheno era un terreno di scontro privilegiato per le spie. Ma questa volta l'Iran spedisce sul territorio uno dei suoi uomini migliori, Qasemi Soleimani, comandante delle Guardie Rivoluzionarie, per guidare la riscossa contro gli americani, scatenarne la reazione e far crescere l'ostilità popolare nei loro confronti. Prima un lancio di razzi contro una base irachena con personale americano il 27 dicembre, poi l'assalto all'ambasciata statunitense il 31 dicembre da parte delle milizie sciite, coadiuvate dalla complicità delle forze di sicurezza irachene. In un briefing a Mar-a-Lago, il presidente Trump avrebbe scelto l'opzione più estrema: l'assassinio dello stesso Soleimani, avvenuto nella notte del 3 gennaio. L'Iran ha minacciato gravi ritorsioni che si sono realizzate l'8 gennaio con il lancio di una dozzina di missili su basi americane (che non hanno provocato vittime e anche pochi danni). Risultato è che Trump, dopo una decisione presa per puro caso (secondo il New York Times sarebbe rimasto scosso dalle immagini dell'ambasciata sotto assedio). Risultato: l'azzardo trumpiano ha pagato, almeno nel breve termine. Ma proclamarne la vittoria in Iraq è ancora prematuro.

  • L'impeachment sta per approdare al Senato. Dopo il voto della Camera, la speaker della Camera Nancy Pelosi sta per inviare i due articoli di impeachment al Senato, non prima però che l'altro ramo del Congresso fornisca garanzie sul modo in cui si svolgerà il processo. Il leader di maggioranza al Senato Mitch McConnell ha invece chiesto di procedere speditamente, giudicando queste richieste come un'indebita "ingerenza".

La scoperta del Mondo da parte dell'America




Il 10 gennaio 1920 entrava in vigore la Società delle Nazioni insieme alle provvisioni del trattato di Versailles. Il trattato era stato forgiato dalle potenze dell'Intesa uscite vincitrici dalla Grande Guerra: Francia e Gran Bretagna in primis. Ma a forgiarne l'ampia visione di riordinamento dei rapporti tra nazioni all'indomani fu senza dubbio la delegazione americana, guidata dal presidente Woodrow Wilson: come affermato dallo storico Marco Mondini su La Lettura, la delegazione americana non era all'altezza delle aspettative messianiche generate dalla visione di Wilson: una nuova era delle relazioni internazionali, scaturita dalla moralità dei leader delle nuove entità statuali create in seguito all'attuazione del "principio di nazionalità": ogni etnia aveva diritto ad avere un proprio governo. Un principio astratto che provocò sin da subito il malcontento della quarta delegazione vincitrice, quella italiana, che si ritrovò senza Fiume e la Dalmazia, a maggioranza croata, come pattuito a Londra nel 1915. In questo nuovo armonioso stato di cose gli Stati Uniti avrebbero dovuto agire come un "faro morale" e, per citare un suo discorso durante la campagna elettorale del 1912: "Siamo stati scelti perché dobbiamo mostrare alle nazioni del mondo come camminare nella lunga strada verso la Libertà". Questo tono da predicatore (forse reminiscenza delle omelie di suo padre Joseph, pastore presbiteriano in Virginia) nascondeva un'attitudine più sinistra di quanto sembrasse. E Wilson aveva già avuto la possibilità di poterlo mettere in pratica su scala più ridotta: nel cosiddetto "giardino di casa", quell'America latina nella quale il governo di Washington esercitava una sempre maggiore egemonia, dopo i risultati della guerra con la Spagna che davano agli Stati Uniti le chiavi di un controllo pressante anche sulla politica interna dei singoli paesi. A cominciare dal più vicino, il Messico, con cui le relazioni erano già deteriorate da tempo a causa dell'intervento dell'ex ambasciatore Henry Lane Wilson nel deporre violentemente il presidente democraticamente eletto Francisco Madero: qui Wilson, attraverso il nuovo inviato diplomatico John Lind, continuò a tenere lontano dal potere gli elementi più radicali come Pancho Villa ed Emiliano Zapata per mantenere inalterate le proprietà delle multinazionali americane del petrolio: nell'aprile 1914 le truppe americane invadono la città di Veracruz proprio per mantenere forte la presenza americana. A proposito del Messico, Wilson si espresse con maggiore chiarezza: "Voglio assicurarmi che i paesi del Sudamerica eleggano dei bravi uomini!". Ovvero favorevoli agli interessi americani. Ma facciamo una breve carrellata degli interventi effettuali dalle moralissime truppe americane intervennero durante la presidenza Wilson:

  • Haiti: la preoccupazione americana per le infiltrazione del capitale tedesco nell'economia dell'isola culminò con l'omicidio da parte di una folla inferocita del presidente Vilbrun Guillaume Sam, che si era reso colpevole dell'omicidio di 167 oppositori politici. Il 28 giugno 1915 vennero inviati 330 marines. L'obiettivo era riscrivere la costituzione haitiana in modo da consentire la proprietà straniera di imprese haitiane. L'autore della nuova Carta fu il sottosegretario alla Marina Franklin Delano Roosevelt. L'occupazione andò avanti fino al 1934.

  • Honduras: A partire dal 1899 gli interessi delle due compagnie della frutta United Fruit e Standard Fruit portarono a numerosi interventi da parte delle forze armate americane per tutelare gli interessi delle due compagnie. Sotto la presidenza di Wilson, una volta sola: l'11 settembre 1919. L'espressione "Repubblica delle Banane" venne coniata per questo paese dallo scrittore O.Henry nel 1904.

  • Nicaragua: qui l'occupazione era in corso dal 1912, voluta dal presidente William Howard Taft per evitare che le potenze europee realizzassero un canale parallelo a quello di Panama, che verrà poi inaugurato dagli Usa nel 1914. Nel 1916 viene siglato il trattato Bryan-Chamorro che concesse agli Stati Uniti i diritti perpetui sulla costruzione di un eventuale canale, più l'affitto di due isole, per la cifra di tre milioni di dollari. Nel 1970 il trattato venne rescisso dalle due nuove controparti, l'americano Nixon e il nicaraguense Somoza. E il canale che fine fece? Nel 2013 il governo di Daniel Ortega concesse i diritti per la sua costruzione a un consorzio cinese, ma l'accordo è scaduto lo scorso 12 settembre, senza che i lavori siano partiti.

  • Repubblica Dominicana: le truppe di marina sbarcano sulla repubblica ufficialmente per proteggere la delegazione diplomatica americana il 5 maggio 1916. In realtà il paese rimane un protettorato americano fino al 1924, completamente privato della sua sovranità. Tra le difficoltà dell'occupazione, la scarsa conoscenza dello spagnolo dei governatori militari inviati da Washington (nella foto la fortezza di Ozama con la bandiera americana).


La sinistra visione messianica di Wilson si applicò anche alla neonata repubblica sovietica: inviò due contingenti di truppe statunitensi in Russia, ad Arcangelo e a Vladivostok. Ovviamente "per favorire la democrazia e l'autodeterminazione del popolo russo". Ma fu proprio lo scontro con le truppe del Kaiser in Francia nel 1918 (non bisogna nemmeno dimenticare la partecipazione sul fronte italiano di un reggimento di fanteria) che la visione wilsoniana trovò compimento: le armate della democrazia contro quelle dell'autoritarismo germanico e barbaro. L'occasione per forgiare non solo un nuovo ordine mondiale, ma anche una nuova America. Aiutandosi con due strumenti: uno lo abbiamo già descritto in una precedente lettera, e fu il Committee of Public Information, un'agenzia con cui indirizzare la stampa e sopprimere le notizie scomode. L'altra un combinato disposto di leggi repressive, come l'Espionage Act del 1917 e il Sedition Act del 1918, contribuì a un clima di terrore interno prima diretto contro la minoranza tedesca, poi contro i movimenti di sinistra. Infine il clima propagandistico sul fronte interno fu tutt'altro che inclusivo, anzi: esacerbò i contrasti interni dal punto di vista razziale e sociale: come scrive Eric Foner in "Storia della Libertà Americana", la guerra spinse a una svolta repressiva senza precedenti negli Stati Uniti "rendendo illegale le critiche accese sia al governo che al sistema economico prevalente". L'ironia fu che la guerra fatta "per salvare la democrazia" portò a un forte restringimento dei diritti in casa, come esemplificato da questa vignetta del New York Herald del 1919, con un soldato americano che punta la mitragliatrice contro una folla di manifestanti facinorosi:



Pur condividendo con il suo predecessore un razzismo profondo e radicato, Donald Trump non pretende nemmeno di fare gli interessi della democrazia nel mondo, ma una concezione proprietaria del Paese, dove gli interessi di bottega contano di più. Ecco perché, quindi, anche se l'assassinio di Solemaini, quando ad aggressività improvvisa, ricorda un po' il cambio di programma apparente dopo l'intervento wilsoniano nella guerra, per Trump le decisioni sono sempre prese sul filo dell'istinto. E questo gli dice: abbandona il Medio Oriente. Tanto sono cavoli dell'Europa, nel peggiore dei casi.

 

A lume di candela: letture per approfondire

  • Non si farà la Terza Guerra Mondiale, ma ci sono rimasti i meme. I venti di guerra alla fine erano sono brezzoline, ma per i meme diffusi su internet a tema assassinio di Francesco Ferdinando sembrava che i giovani europei fossero nuovamente pronti a scendere in trincea. Abbiamo interpellato Alessandro Lolli, esperto di comunicazione online e autore del libro "La guerra dei meme", come mai questa diffusione improvvisa di meme legati a una singola azione militare: "Al netto di un antimilitarismo di facciata, se facciamo una lettura più profonda vediamo quanto entusiasmo traspaia da questi meme e quanto ci sia voglia di essere parte di un grande evento storico" spiega Lolli "come se fossimo in presenza di un futurismo moderno". Altri articoli si trovano sul sito della Cnn (che aggiunge anche cose sulla parte iraniana) e su WIRED Usa, che racconta  il modo della generazione Z di condurre i dibattiti sul web. Ci lanciamo anche noi:

  • Trump ha imparato qualcosa dalla vicenda iraniana? Forse. Uno dei miti più duri da sfatare è quello di Trump che una volta salito al potere avrebbe imparato a stare sempre più nel suo ruolo. Al momento ciò non è avvenuto, ma ci sono speranze che possa avvenire. Robert L. Hunter su Responsible Statecraft, rivista online della Quincy Foundation inaugurata lo scorso novembre (Benvenuti), fa un'utile promemoria per il presidente Trump, affinché possa spendere più proficuamente il suo ultimo anno di mandato. Almeno sullo scacchiere iraniano.

  • In Kansas, il compromesso politico funziona ancora. La governatrice democratica Laura Kelly e la maggioranza repubblicana nella legislatura statale, guidata dal senatore Jim Denning, hanno raggiunto un accordo per un budget espansivo che espanderà il programma sanitario del Medicaid a 150mila residenti. Nonostante le spinte dei conservatori, questa volta ci si dovrebbe essere. Sarebbe la prima volta che uno stato così profondamente repubblicano approva l'espansione del Medicaid, prevista dall'Obamacare. Lo racconta il Kansas City Star.

  • Perché è giusto fare analogie storiche anche sulla Shoah. Il parallelismo storico fatto da Alexandria Ocasio Cortez lo scorso giugno sui campi di detenzione per migranti alla frontiera tra Usa e Messico come "nuovi campi di concentramento" andò incontro alla dura reprimenda dello United States Holocaust Memorial Museum, che ritenne "imparagonabile" lo sterminio degli ebrei avvenuto in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale. Lo storico delle idee Peter Gordon spiega sulla New York Review of Books quello che invece è un utile strumento retorico per capire meglio gli eventi del presente.

Ci rivediamo la prossima settimana. Salvi imprevisti grandi come quello di Soleimani, parleremo della California e di quanto conta per i democratici (e non solo). Arrivederci!