Jefferson, quarta lettera: Mitt Romney, lo Utah e gli ultimi "Never Trump"

+++ERRATA CORRIGE: una prima versione di questa mail è stata inviata con un pezzo di testo mancante. Me ne scuso con i lettori.+++ 

"Let a philosophic observer commence a journey from the savages of the Rocky mountains [...]he would next find those on our frontiers in the pastoral state, raising domestic animals to supply the defects of hunting".  Lettera a William Ludlow, 6 settembre 1824 Lettera numero 4: Romney, lo Utah e un presidente "immorale"

Buona settimana a tutti! Questa volta abbandoniamo il Deep South per andarci a rifugiare sulle Montagne Rocciose. Non perché abbiamo voglia di riposarci, ma perché è lì che risiede il senatore Mitt Romney, una delle figure più interessanti dell'attuale partito repubblicano. L'unico che, al momento, pare ricordarsi di cosa sia stato il partito repubblicano prima dell'opa apparentemente ostile di Donald Trump. Ma ci sarà spazio anche per lo Utah come stato repubblicano atipico, come del resto sono atipiche le sue origini. Ma prima di scoprire di più su questo territorio, passiamo a "Sciroppo d'acero", il riassunto degli eventi accaduti negli Stati Uniti.

Sciroppo d'acero: il succo degli eventi

  1. Al Baghdadi è morto. E anche il suo vice: il presidente Donald Trump ha avuto un momento positivo che aspettava da tempo. Un raid nella zona di Idlib in Siria ha portato all'uccisione del leader dell'Isis Abu Bakr al Baghdadi, che si sarebbe fatto esplodere. Il leader della Casa Bianca lo ha preannunciato da un Tweet dello stesso presidente. Lo ha annunciato in video e il social media manager della Casa Bianca Dan Scavino ha pubblicato una foto scattata durante il raid. Vi ricorda qualcosa? Sì, indovinato, ricorda quella analoga scattata a Barack Obama e al suo staff. L'ex fotografo della Casa Bianca Pete Souza ha suggerito però che quella di Trump potrebbe essere stata preparata. Ma il sito di debunking Snopes ha ritenuto questa accusa infondata. Nonostante il potenziale per un raro momento unificante nello spettro politico, Trump ha usato dei dettagli spiacevoli nel descriverne la morte, il cui uso è stato pesantemente criticato dall'editorialista del Washington Post Max Boot, che però avrebbe suggerito una morte quasi "eroica" dell'ex Califfo a cui ha risposto duramente il segretario di Stato Mike Pompeo. Insomma, è ripreso il solito teatrino. Ah, è stato ucciso anche il successore di Baghdadi. E sappiamo anche che all'operazione avrebbe partecipato un cane, del quale però non conosciamo il nome. Good boy.

  2. Impeachment, arriva la prima votazione: la Speaker della Camera Nancy Pelosi ha mandato una lettera ai suoi colleghi deputati annunciando "entro la settimana" il voto per approvare le regole riguardanti l'inchiesta. Questo dovrebbe servire a far partire le indagini e a togliere alla Casa Bianca l'argomento dell'illegittimità del procedimento. Nel frattempo, a porte chiuse, ha testimoniato di fronte a una commissione della Camera il tenente colonnello Alexander Vindiman del National Security Council della Casa Bianca, un esperto di Ucraina che ritiene che la chiamata di Trump al suo omologo Volodymyr Zelensky abbia minato la sicurezza nazionale e che nella trascrizione ci sono numerosi salti logici e omissioni (qui potete trovare il testo della sua relazione introduttiva). La sua testimonianza è stata difesa dagli attacchi di esponenti conservatori. A parlare sono stati esponenti di primo piano come il vice di McConnell al Senato John Thune e la deputata del Wyoming Liz Cheney. In un'intervento pubblico ospitato dal giornale conservatore Washington Examiner, si è fatta sentire la voce dell'ex capo dello staff di Trump John Kelly, che ha ricordato che, nel lasciare il suo ruolo, ha avvertito il suo ex datore di lavoro di non assumere degli yes man che avrebbero potuto malconsigliarlo e fargli violare la legge. Non è stato ascoltato, evidentemente. Il presidente si può consolare con un nuovo difensore tra i dem, indovinate chi? Esatto, Tulsi Gabbard.

  3. Grandi manovre per le elezioni al Senato nel 2020: i democratici, oltre alla sfida per la Casa Bianca dovranno tentare il tutto per tutto per non lasciare per un altro biennio le chiavi del Senato a Mitch McConnell. Per Chris Cillizza, commentatore della Cnn, la strada è stretta, ma ci sono delle possibilità che però si fermerebbero a un risicato 50-50 che implicherebbe quindi una presenza fissa del vicepresidente al Senato. Questo piano però è messo a rischio dalla probabile ricandidatura in Alabama dell'ex procuratore generale dell'amministrazione Trump Jeff Sessions. Lo sostiene la Cnn

Adesso è tempo di viaggiare verso le Rockies e andare in Utah.

Lo Utah e Romney: speranze per un nuovo Gop?

Come si può vedere dai dati delle presidneziali 2016, lo Utah è uno stato  repubblicano. Ma la somma dei due principali partiti non raggiunge il 75%. Dove sono finiti i voti 

Come si può vedere in questa infografica di Alberto Bellotto (a proposito, seguitelo su Twitter) l'attuale presidente ha vinto con facilità nello stato, ma meno che negli stati vicini, ad esempio in Wyoming dove Trump ha avuto una percentuale di consenso pari al 67,3%. Come mai qui è diverso?
Non è un'espressione iperbolica dire che lo Utah è uno stato davvero unico. Fondato da Brigham Young, secondo presidente della Chiesa di Gesù Cristo e dei Santi degli Ultimi Giorni , quando si fermò in mezzo al Nulla delle montagne e affermò "This is the place". Lì nacque la città di Salt Lake City intorno alla quale si sviluppò il culto chiamato "mormonismo". In sintesi estrema: la loro Bibbia comprende una parte successiva ai Vangeli, il "Libro di Mormon", che riguarda la predicazione di Gesù Cristo sul continente americano e vari libri dedicati a profeti Nativi Americani. Tra le proibizioni, il sesso prematrimoniale e le bevande eccitanti. Ergo niente Coca Cola né tè e caffè. E fino al 1890 era ammessa la poligamia. Ma a parte questo, erano americani come gli altri. Compresa la presenza della schiavitù fino al 1862, come attestato da questo documento. Ma nel 1890, dopo vari episodi di banditismo mormone avevano messo a rischio l'esistenza stessa della Chiesa, il presidente di questa Wilford Woodruff decise insieme al consiglio degli apostoli di abolire la poligamia. Così il 4 gennaio 1896 lo Utah viene ammesso all'Unione e fa a tempo a votare alle presidenziali di quell'anno il candidato populista democratico William Jennings Bryan (il quale se la prendeva contro capitalisti e banchieri che inchiodavano l'umanità a una "croce d'oro"). Per anni lo Utah rimase uno stato estremamente favorevole a livello nazionale ai democratici e negli anni '30 il senatore Elbert Thomas fu un attivo sostenitore del New Deal di Roosevelt tanto da spingersi anche a sostenere la fallita riforma sanitaria del suo successore Harry Truman, tanto da finire nella blacklist della lobby medica, fortemente contraria alla riforma. Alle elezioni di midterm del 1950, Thomas viene sconfitto. In quel periodo inizia il declino del dominio democratico. Una serie di importanti esponenti repubblicani si forma nello Stato. Parliamo di Orrin Hatch, dal 2015 al 2019 presidente pro tempore del Senato federale, che ha rappresentato l'Utah dal 1977 al 2019, ma anche di Jon Huntsman, governatore e poi ambasciatore in Cina nominato da Barack Obama nel 2009. Mitt Romney, invece, non ha un legame così forte con lo Stato (per quanto alcuni suoi parenti vivano da anni nello stato, come raccontavo sette anni fa qui). Nel 2012, quando si candidò alla presidenza, risiedeva in un condominio di lusso a Belmont, in Massachusetts. Due anni dopo si trasferì insieme alla moglie in Utah. Da allora Romney è risorto, politicamente parlando. Certo, si era fatto sentire il 3 marzo 2016 con una critica circostanziata diretta al favorito per la nomination repubblicana Donald Trump (Nonostante nel 2012 quest'ultimo gli avesse dato un suo esplicito sostegno). Ma il ritiro di Hatch gli fornì l'occasione per tornare sulla scena nazionale come senatore. E ci tornò con un sostegno convinto degli elettori, come vediamo in questa seconda mappa preparata da Alberto Bellotto:

 

Mitt Romney praticamente non incontrò alcuna difficoltà fuori da Salt Lake City, città che è una roccaforte democratica a livello di San Francisco in California.

Un trionfo in linea con la nuova appartenenza repubblicana allo stato. Che però non ha reso Romney più vicino al presidente Trump, anzi. In un editoriale pubblicato sul Washington Post il 1° gennaio 2019, uno dei giornali più critici dell'amministrazione attuale, Romney ha duramente attaccato il carattere stesso del presidente, definendolo completamente inadatto a fornire una guida morale alla Nazione, sostenendo che non si "elevato per sostenere il fardello della carica". Sorprendentemente, ma non troppo, Romney è rimasto solo in questa posizione. Nemmeno la nipote Ronna Romney McDaniel lo ha difeso, forse perché è stata nominata da Trump nella carica di presidente del Republican National Committee, equivalente della segreteria del partito. Ma anche gli stessi elettori in Utah ritengono che il presidente "vada sostenuto" e che quindi Romney non sia più in contatto con loro. Destino che il neoeletto senatore condivide con il suo collega dello Utah Mike Lee, che pure ha posizioni molto più conservatrici, ma che non ha esitato a criticare il presidente sul coinvolgimento americano nella guerra in Yemen e ha definito Bernie Sanders suo amico personale. Gli attacchi di Trump però probabilmente non scalfiranno la posizione di Romney e nemmeno quella di Lee, anche se un cambio di passo dell'elettorato nello stato a maggioranza mormona si ravvisa già con la decisione del governatore uscente Gary Herbert di non candidarsi per la terza volta, anche per le sue posizioni favorevoli a una limitata espansione della copertura del Medicaid per le persone in difficoltà e all'accoglienza dei rifugiati provenienti dai paesi del Medio Oriente. Ma per citare il segretario di Stato William Seward, Mitt Romney obbedisce a una "legge più alta" rispetto alla disciplina di partito. Oltretutto, come lui racconta, suo padre George gli diceva che una profezia sosteneva che i mormoni "avrebbero salvato la Costituzione". E lui non vuole venir meno a questo compito.

 

A lume di candela: una selezione di letture per la settimana


Eccoci quindi ai nostri approfondimenti.

  • Se ne sono andati tre giganti: Elijah Cummings, John Conyers e Kay Hagan. Due deputati afroamericani e un'ex senatrice del North Carolina capace di vincere in anni difficili in uno stato dell'Upper South. Tre ritratti ci raccontano chi erano gli esponenti politici democratici appena scomparsi. Con le loro luci e, specie nel caso di Conyers, le loro ombre.

  • Sempre meno americani si dicono cristiani: una ricerca del Pew Research Center fotografa un brusco calo della pratica religiosa negli Stati Uniti. Un dato in contrasto con le roboanti dichiarazioni degli evangelici sostenitori di Donald Trump.

  • I dazi di Trump nuocciono alla working class bianca: il presidente aveva promesso di salvare l'industria siderurgica, ma la sua guerra commerciale con Cina e Unione Europea invece la sta affossando, come spiega il Los Angeles Times.

  • Le truppe americane in Siria rimangono. Grazie al petrolio. Secondo il segretario alla Difesa Mark Esper, un contingente di forze militari americane rimarrà in Siria per impedire a un'eventuale Isis in ripresa l'accesso ai pozzi petroliferi. Questo argomento avrebbe convinto il presidente a fare retromarcia, come racconta il Washington Post.

Arrivederci alla prossima settimana! Avremo i risultati delle elezioni dei governatori di Kentucky, Louisiana e Mississippi, lo stato che sarà protagonista principale della prossima lettera!